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Non è mai troppo tardi (per andare).

manzi-tardiAlla televisione del passato dobbiamo molto: interessanti inchieste giornalistiche, bellissimi varietà, affascinanti sceneggiati, e soprattutto l’unità linguistica del paese — un’impresa per niente facile e breve, che trovò il suo momento emblematico nella popolarissima trasmissione del maestro Alberto Manzi, Non è mai troppo tardi, dove con metodo di grande efficacia e modernità pedagogica, si insegnava l’Italiano agli italiani, e grazie alla quale, tra il 1960 e il 1968, quasi un milione e mezzo di italiani uscirono dall’analfabetismo conseguendo la licenza elementare. La nostra Rai ha avuto il suo periodo d’oro e un periodo, diciamo così, di latta che ancora resiste e ci fa rimpiangere il tempo che fu. Ora sta ritornando sulle pagine e sulla bocca di tutti per via della riforma e delle nomine della dirigenza che — si dice — dovrebbe sbloccarla e farla diventare nuovamente motore culturale. Certo è che in questi ultimi anni abbiamo assistito ad una gran quantità di garbage — come direbbe qualche giornalista televisivo linguisticamente globalizzato — tanto da farci disaffezionare a quello che un tempo era un cubo, ora trasformato in una lastra di elettrodomestico. Tra i numerosi garbage anche le trasmissioni di cucina che hanno creato una nuova nicchia nello star system: gli chef televisivi. Ma oltre a destare illusioni cucinarie nelle menti di casalinghe immemori della grande cucina casalinga italiana, questi chef televisivi hanno una responsabilità nuova, grande e originale, ossia l’aver finalmente gettato le basi strutturali dell’”italiano maccheronico”; maccheronico in senso letterale. Ascoltate bene uno dei tanti chef televisivi impegnato a dare “suggestioni” invece di più semplici “consigli”: egli non dirà più, “taglio”, ma “vado a tagliare”; non più “impasto”, ma ”vado a impastare”; non più, “insaporire”, ma “vado ad insaporire”. Hanno insomma inventato una nuova forma grammaticale con il verbo andare messo davanti ad un altro verbo, quasi fosse un novello servile, lasciando gli “amici a casa” totalmente “suggestionati” da tanto imperterrito andare. E il brutto è che, purtroppo, nel chiuso delle case, si sente un “vado ad apparecchiare”, “vado a buttare la pasta”, “vado a pulire”….Insomma, se proprio vogliamo che la televisione ridiventi propulsore della cultura, allora il nuovo Amministratore Delegato della RAI, appena sente qualche chef televisivo dire “vado a…” non deve far altro che ristabilire il senso del verbo andare pronunciando un semplice quanto perentorio “vada via!”.

Ma vediamo come leggeremo nel futuro le ricette con il nuovo idioma d’italiano maccheronico nelle nuove e sempre future edizioni. A titolo esplicativo abbiamo scelto tre ricette di tre autori di diversi periodi storici: Artusi, Boni, Carnacina.

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Maccheroni alla bolognese (da P.Artusi)

Le seguenti proporzioni sono approssimative per condire grammi 500 e più di minestra:

carne magra di vitella (meglio se nel filetto), gr. 150. Carnesecca, grammi 50. Burro, grammi 40. Un quarto di una cipolla comune. Una mezza carota. Due costole di sedano bianco lunghe un palmo, oppure l’odore del sedano verde. Un pizzico di farina, ma scarso assai. Un pentolino di brodo. Sale pochissimo o punto, a motivo della carnesecca e del brodo che sono saporiti. Pepe e, a chi piace, l’odore della noce moscata.

Andate a tagliare la carne a piccoli dadi, andate a tritare fine colla lunetta la carnesecca, la cipolla e gli odori; poi andate a mettere al fuoco ogni cosa insieme, compreso il burro, e quando la carne avrà preso colore andate ad aggiungere il pizzico della farina, bagnando col brodo fino a cottura intera. Andate a scolare bene i maccheroni dall’acqua e andate a condirli col parmigiano e con questo intingolo, il quale si può rendere anche più grato o con dei pezzetti di funghi secchi o con qualche fettina di tartufi o con un fegatino cotto fra la carne e tagliato a pezzetti; andate ad unire, infine, quando è fatto l’intingolo, se volete renderli anche più delicati, mezzo bicchiere di panna; in ogni modo è bene che i maccheroni vengano in tavola non asciutti arrabbiati, ma diguazzanti in un poco di sugo.

Costoletta di vitello alla viennese (da A. Boni)

Costoletta di vitello; farina; uovo sbattuto; pane pesto; burro; acciughe; capperi, un cucchiaio; uovo sodo; limone; olive verdi.

Andate a spianare la costoletta, andate ad infarinarla, andate a passarla nell’uovo sbattuto, nel pane pesto e andate a friggerla nel burro, di bel color d’oro. Avrete intanto preparato un po’ di burro d’acciuga (fatto sciogliere in un tegamino trenta grammi di burro e andandovi a schiacciare due acciughe lavate e spinate), una cucchiaiata di capperi e un uovo sodo del quale andrete a tritare separatamente il bianco e il rosso. Quando la costoletta sarà pronta andate ad accomodarla in un piatto, andate ad innaffiarla col burro d’acciuga, andate a metterci sopra una fettina di limone privata della buccia e dei semi e sul limone una ciambellina fatta con un’acciuga salata nella quale andrete a mettere un’oliva verde. Andate a contornare la costoletta con un monticello di capperi, uno di bianco d’uovo e uno di rosso d’uovo tritato.

Spaghetti alla salsa di peperoni (da L. Carnacina)

Ingredienti per quattro persone: quattro etti di spaghetti; un grosso peperone verde; mezzo spicchio d’aglio; tre filetti d’acciuga; tre etti di polpa di pomodoro; mezz’etto di burro; una piccola cipolla; un pizzico di maggiorana; poco vino bianco; olio; sale; pepe.

Andate a far soffriggere la cipolla e l’aglio tritati con il burro e qualche cucchiaio d’olio; andate ad unire il peperone tagliato a listarelle sottili e andate a cuocere  a fuoco piuttosto vivo. Andate ad aggiungere i filetti di acciuga sminuzzati e andate a mescolare bene per farli sciogliere; andate a completare con la polpa di pomodoro passata al setaccio, andate a salate, andate a pepare, andate a spruzzare con il vino bianco e andate a lasciar restringere un poco la salsa. Andate a cuocere intanto la pasta, andate a scolarla e andate a condirla con la salsa che si sarà completata all’ultimo momento con un pizzico di maggiorana.

Illustrazioni: il maestro Alberto Manzi (centroalbertomanzi.it; biografieonline.it)

Dalla cucina al salotto (e ritorno).

dalla cucina al salotto 4Lidia Morelli (1871-1946) studiò linguistica e letteratura nella sua Torino. Diventata giornalista, scrisse per il quotidiano La Stampa. Nel 1895 vinse un concorso per l’insegnamento nelle scuole. Poi, con lo pseudonimo di Donna Clara, divenne famosa per la pubblicazione di diversi libri, tutti imperniati sul ruolo della donna nella società italiana in via di modernizzazione; una donna relegata in casa (una casa borghese, of course) e impegnata a far coincidere gli spazi domestici con altrettanti ambiti sistematici in cui morale, igiene, buon gusto, senso pratico e doveri sociali fanno tutt’uno: in pratica, le ragioni di quella scienza che si chiamò economia domestica, e che con l’andare del tempo interesserà anche gli strati ultimi della popolazione. I titoli sono più che eloquenti, ne citiamo soltanto alcuni tra i più rappresentativi:

Far molto con poco. L’arte di creare buoni piatti con residui di cucina (1909); La cuoca medichessa (1913); Nel paese della trina (1914); Lavori per i nostri soldati (1918); Come devo comportarmi? Libro per tutti (1929); Come sistemare e governare la mia casa (1932 con illustrazioni di Ennio Morelli, fratello di Lidia); Mani alacri (1933); Le vie del buon gusto (1935); Nuovo ricettario domestico: enciclopedia moderna per la casa (1935); Le massaie e l’autarchia (1937); Per voi massaie d’Italia (1938); Per lui che viene (con la collaborazione di Nello Palmieri e Maria Meschini Tursini, 1940); La vita sobria (1941); Casa nostra: trattato di economia domestica (con la collaborazione di Erminia Macerati, 1942).

Ma soprattutto Dalla Cucina al Salotto, edito nel 1905. Si tratta di un testo importante poiché uno dei primi trattati di cucina ad essere scritto da una donna. Bisogna pensare che i testi di gastronomia erano redatti da uomini specificamente per dimore nobili e ricche, le cui cucine erano affollate da personale maschile con a capo rigorosamente il cuoco. La donna, in queste cucine e in quelle della ristorazione, entrerà molto tardi: a Bologna, nel 1850, le cuoche (o meglio: le cuciniere) erano il 2% degli addetti a cibi e bevande; nel 1857, il 10%, e nel 1899 il 48%. Il primo manuale di cucina scritto da una donna arriverà nel 1900, intitolato Come posso mangiar bene? di Giulia Ferraris Tamburini e rivolto esclusivamente al mondo femminile borghese. E poi, nel 1905, la nostra Donna Clara.

la sala da pranzo gaiaLeggendo questa enciclopedia domestica, entriamo nella vita quotidiana di una casa borghese o nobile, nella quale la padrona di casa doveva anche saper preparare un pranzo semplice, organizzare la casa, avere la competenza per sorvegliare la servitù, ricevere gli ospiti, arredare, impedire frodi nelle spese da parte degli inservienti, tenere il bilancio domestico e via di seguito. Su un totale di 711 pagine, 212 sono dedicate alla cucina con relativo codice di comportamento a tavola; il resto riguarda il vasto mondo dell’economia domestica, da come si stira, a come si organizza un armadio, da come ci si lava a come ci si veste, da come si organizza il tè per le cinque a come si prepara un veglione, dai modi empirici di curarsi a come si fa la guerra ai topi. Parla anche di economia poiché l’edizione che presentiamo è quella, riveduta e ampliata, del 1925, con tutti i problemi e conseguenze che la Grande Guerra aveva comportato. Ebbene, nell’introduzione alle ricette, Donna Clara si rivolge alle sue lettrici affermando quanto segue:

“Più che delle ricette complicate o sanzionate dall’uso, vorrei suggerirvi la possibilità di mettere un po’ d’imprevisto nelle minute abituali, di rimediare con una buona aggiunta ad un pranzetto che avrà un commensale inatteso, di sistemare i vostri pasti quotidiani secondo i gusti dei vostri familiari, secondo le stagioni, o il luogo dove vi trovate, secondo l’opportunità e, naturalmente, secondo l’economia. Economia…di che lacrime grondi! Il dopoguerra, fra le mille sue calamità, ne conta una che non è la minore: quella di rendere abituale, quotidiano, monotono, fatale, il discorso del caroviveri a tavola. Il sapere dalla massaia il prezzo preciso ed enorme di ogni boccone che inghiotti, ve lo fa restare a metà. (…) Verrebbe voglia di respingere il piatto, di implorare pan solo, pan solo, pur di non doversi nutrire di pollo, di crema e di rimorsi.

Abbiate dunque il non facile eroismo di sopprimere il malinconico discorso, e l’abilità di ammannire un pasto nutritivo e soddisfacente, pur non includendovi quelle primizie o quelle sostanze costose che fanno salire la spesa fino al pentimento.

Se non temessi d’essere irriverente, muterei così il monito leopardiano:

Donne, da voi non poco

la tavola aspetta.”

dalla cucina al salotto 3Sembra parli dell’oggi, in una prosa che, solo formalmente databile al passato, riveste una sostanza non mutata: la tristezza insopportabile quanto ingiusta delle privazioni in cucina,  che non scompare certo con la maggiore disponibilità di prodotti scadenti a buon mercato, destinati a sfamare le vittime della crisi. Oggi come allora, chi ha i soldi mangia bene e chi non ce li ha deve industriarsi per non mangiare male.

Le opere di Lidia Morelli alias Donna Clara, sono state aggiornate e ristampate molte volte nel corso della sua lunga carriera; mentre nell’attività di giornalista non si è limitata a La Stampa, bensì ha collaborato anche per la rivista La Casa Bella (diventata poi Casabella) e Petit Point; ha inoltre, con Elisa Ricci, redatto la sezione del ricamo per l’Enciclopedia Italiana Treccani. La sua opera più importante, Dalla Cucina al Salotto, è stata stampata la prima volta nel 1905, poi in una nuova edizione nel 1925 e, infine, nel 1935, edita dalla S. Lattes & C. Editori.

Come si è detto, l’atmosfera è quella borghese in cui c’era un codice per ogni occasione e una varietà di portate che oggi si è molto impoverita, ridotta spesso alla sola distinzione tra primi e secondi piatti, se non addirittura il piatto unico internazionale e indeterminato: pasta & altro, cous cous & altro, riso & altro. Ecco perciò alcune ricette che sicuramente incontrano, magari con degli aggiustamenti, il gusto attuale.

Pot-au-feu

È il piatto familiare classico, che non si serve quando si hanno degli invitati, ma è la base della buona, sana, semplice cucina borghese. In un recipiente di terra o di ghisa vien messo a cuocere lentamente (occorrono sei ore e la marmitta norvegese serve benissimo) un bel pezzo di bue debitamente legato per mantenerlo compatto. Gli si accompagnano spesso, per render più gustoso il brodo, un pezzo di petto di montone o un pezzo di maiale; poi: carote, rape, cipolle, patate, porri, un mazzetto di erbe aromatiche e tre chiodi di garofano ficcati in una cipolla. A cottura avvenuta si versa il brodo su fettine di pane arrostito. Si servono a parte i legumi, e la carne a cui si può accompagnare della senapa, della mostarda di Cremona o una salsa piccante. Tutto un desinare!

Nella ricetta sopra riportata, si fa riferimento alla marmitta norvegese. È un procedimento di cottura ritornato ultimamente di gran moda, grazie ai movimenti ecologisti. In pratica consiste nel portare ad ebollizione il liquido in un recipiente (meglio se di terra), aggiungere la carne (o legumi come ceci, fave e fagioli secchi), togliere dal fuoco e sistemare la marmitta in una scatola perfettamente isolata termicamente (per questa operazione basta avvolgere la marmitta con tessuti di lana, riempiendo completamente tutti gli spazi della scatola). Si tratta di un metodo antichissimo di cottura che porta ad un risparmio considerevole di energia.

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Sformato di carne

È un buon modo di utilizzare dei resti di arrosto o di stufato che mal figurerebbero ancora in tavola.

Si taglia la carne a dadi , mescolando a questi alcuni pezzetti di salame crudo. Si fa una bechamel con un pezzo di burro quanto un uovo, una cucchiaiata di farina e mezzo litro di latte. Si mescolano alla bechamel la carne e il salame, un po’ di burro, del formaggio grattugiato, dei pezzi di fungo (secchi o freschi, precedentemente cotti e conditi) e un bicchierino di marsala. S’imburra leggermente una forma di porcellana pirofila, vi si versa il composto, e si mette in forno il tempo necessario per riscaldare tutte queste cose già cotte.

Caviale falso

Tritare un’aringa a cui si sian tolte spine e squame, con un pezzettino di lardo, una cipolla e un ovo sodo. Mescolare con due cucchiaiate d’olio. Si fanno abbrustolire delle fette di pane, si imburrano, e vi si stende sopra il falso caviale.

Pane di zucchini

Grammi 600 di zucchini; grammi 40 di cacio grattugiato; 4 ova; grammi 60 di farina; 4 decilitri di latte.

Lessare gli zucchini e passarli al setaccio. Fare una bechamel con la farina rosolata nel burro e diluita nel latte. Agli zucchini passati aggiungere la bechamel, il formaggio grattugiato, i quattro rossi d’ovo, e per ultimo le chiare montate a neve. Far cuocere in una forma imburrata a bagno maria.

Si può allo stesso modo fare un “pane” di zucca o di patate.

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Babà casalingo

Occorrono: 150 grammi di pane grattato e passato al setaccio; zucchero 120 grammi; 4 ova, scorza di arancio e cedro candito sminuzzato; uva secca.

Si sbattono ben bene i tuorli con lo zucchero. Si mescola con essi il pan grattato, l’uva, le scorze candite, e per ultimo le chiare sbattute a neve. S’imburra uno stampo e vi si passa un po’ di pan grattato, vi si versa il composto, e si fa cuocere in forno. Lo si rovescia su un piatto, e lo si imbeve di rhum, alquanto prima di servirlo. Se però si vuole renderlo umido senza che abbia ad essere eccessivamente alcoolico, si prepara, per bagnarlo, un grosso bicchiere a metà di acqua zuccherata e a metà di buon rhum.

Donna Clara (Lidia Morelli), Dalla cucina al salotto, enciclopedia della vita domestica, S. Lattes & C. Editori, 1925

Le illustrazioni sono tratte dallo stesso volume.

Si ringrazia Primarosa Cesarini Sforza.

Ricette dell’Unità (2)

domenicadiagosto 2Il 27 luglio del 1950 compare per la prima volta sulle pagine de L’Unità la rubrica La cuoca perfetta a firma di Marta, la quale propone le seguenti ricette, tutte improntate alla spesa ridotta e alla semplicità della preparazione: pizzette al formaggio, fiori di zucca fritti, macedonia d’insalata, pasticcio casalingo. La rubrica si rivolge alle lettrici, e si dà per certo che la lettrice media del giornale ha il problema e la responsabilità di far quadrare i conti del mangiare. Marta e le altre che si alterneranno nella redazione della rubrica, sono convinte che qualche consiglio intelligente di educazione domestica possa fare comodo alle donne comuniste. Le quali non sono tutte operaie, non vivono tutte nella grande città, non sono tutte alfabetizzate (e quindi magari neanche lo leggono, il giornale del partito), e sono distribuite un po’ dovunque da Nord a Sud, con evidenti e differenziati rapporti con le locali usanze gastronomiche e sociali. Questa disomogeneità di figure, tuttavia, non sembra creare problemi, e il tono del discorso cercherà di attutire le differenze e di comprendere gli estremi: in fondo, si tratta di ricette non ispirate a una precisa tradizione regionale. Il tono del discorso era fondamentale: si tenga presente che, a quel tempo, non si percepiva un modo diverso di descrivere le ricette da quello, fino ad allora conosciuto, destinato non certo alle proletarie o alle feste dell’Unità. Ada Boni era il riferimento letterario obbligato, e quel modo di parlare di cucina alle donne costituiva un modello calzante alla società borghese: dalle preoccupazioni mondane, alla notevole attrezzatura di cucina; dall’assoluta indifferenza al costo di un piatto, alla supposta presenza della servitù in casa.

domenicadiagosto1Siamo nel 1950, la guerra è passata da poco e i maggiori cambiamenti sociali, compresa l’emancipazione femminile, le grandi urbanizzazioni, l’alfabetizzazione delle classi più povere e il superamento delle ansie dovute a regimi di pura sussistenza, sono ancora da venire. La cuoca perfetta presenta alle lettrici quattro ricette, di cui nessun primo piatto. Senza presentazioni, come se la rubrica fosse già avviata, Marta attacca con una frase d’effetto: Per la vostra gita domenicale preparate le Pizzette al formaggio. Marta sa evidentemente che le lettrici del giornale la domenica fanno una gita, e hanno il problema di cosa preparare, che sia economico, semplice e che non unga le borse e i vestiti, come è scritto in seguito.  Se non era vero allora, proprio nel ‘50, che le lettrici andassero in gita la domenica, sarebbe stato senz’altro vero un po’ di tempo dopo, quando le abitudini collettive cominceranno a uniformarsi e si parlerà di tempo libero, e in questo senso Marta guarda lontano.

Per la vostra gita domenicale preparate le:

Pizzette al formaggio

Fate un composto abbastanza solido di acqua farina e sale e versatelo a cucchiaiate in una teglia caldissima. Quando le pizzette saranno dorate da ambedue i lati disponetele su una tavoletta di legno e al centro di ognuna mettete una striscia di formaggio morbido; arrotolate e fermate con uno stecchino.

La ricetta, rispecchia l’uso del tempo quando, appunto, tutto si preparava in casa e le pizzette erano una pratica comune in quasi tutte le case italiane: velocissime da preparare, fritte in poco olio, potevano essere un secondo piatto, ma all’occorrenza anche un dolce per bambini: bastava, una volta fritte, spolverarle di zucchero. Un’altra particolarità della ricetta di Marta, è la genericità della descrizione: fate un composto con acqua farina e sale, è la conferma di quanto fosse diffusa l’usanza della pizzetta, di come risultasse superfluo per una donna di casa scrivere le dosi di acqua e farina. E ugualmente, per il seguito della ricetta: versate a cucchiaiate in una teglia caldissima, senza specificare alcunché dal momento che tutte le donne di casa sanno come e con che cosa si frigge. Infine il formaggio morbido ossia, come viene definito attualmente, a pasta molle. Non si specifica la varietà, e possiamo supporre che fosse impossibile indicare un formaggio preciso, giacché le tradizioni locali erano fortissime e l’industria alimentare non aveva ancora inondato il mercato con prodotti, noti o di nicchia, di altre regioni o di altre nazioni. La lettrice di Marta doveva far tutto con quel che aveva a disposizione, fra casa, mercato e le modeste botteghe del quartiere o del paese. Essendo raro nelle zone interne trovare della mozzarella, o nelle zone meridionali trovare della robiola o dello squacquerone, Marta lascia libertà d’uso a seconda delle proprie disponibilità.

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Sempre pensando alla gita domenicale, c’è la ricetta dei fiori di zucca fritti.

Spesso, al mercato, ve li regalano sul conto della spesa. Lavateli accuratamente, tagliateli a metà e passateli in uovo battuto e farina; friggeteli poi con olio e strutto. Se volete spendere un po’ di più, confezionateli interi e, prima di friggerli, ponete al centro di ognuno un’oliva farcita. Sono cibi di poca spesa e che possono venir trasportati facilmente senza danno per le borse o i vestiti.

Ecco due notizie interessanti. La prima riguardante l’usanza da parte del verduriere di regalare, al contrario di oggi, i fiori di zucca ai propri clienti; e poi la farcitura con l’oliva, quando oramai è diventata regola farcirli con mozzarella e alice.

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Un altro piatto tipico delle scampagnate: le polpette. Marta le presenta come pasticcio casalingo, che alza un po’ il tiro al discorso e lo fa più ricercato. È convinzione comune che le polpette siano un piatto di ripiego, un modo di riciclare la carne lessa o un modo per utilizzare la carne di scarto, un alimento del popolino. Niente di più errato. Già il Rajberti, il famoso gastronomo della seconda metà dell’Ottocento, si domandava retoricamente “se a un pranzo un po’ distinto sia lecito servirne un piatto… Le polpette sono una vivanda affatto italiana, anzi direi esclusivamente lombarda… La vera metropoli delle polpette è Milano, dove se ne fa un grande consumo; dove mi ricordo aver sentito molti anni addietro un vecchio conte esclamare: Se si potesse raccogliere tutte le polpette che io ho mangiate in vita mia, vi sarebbe da selciarne la città dalla Piazza del Duomo fino al dazio di Porta Orientale.” E rispondendo alla domanda iniziale: “se costituiscono una vivanda tutta italiana e nostrale, non è appunto il caso di farne orgogliosa mostra sulle mense migliori?”

Per il padre della cucina italiana, Artusi, “questo è un piatto che tutti lo sanno fare …intendo dirvi come si preparino da qualcuno con carne lessa avanzata; se poi le voleste fare più semplici o di carne cruda, non è necessario tanto condimento.”

Forse anche per mettere una distanza tra la sua rubrica e tutto questo onorevole passato delle polpette, Marta preferisce parlare modernamente di Pasticcio.

Pasticcio casalingo

Comperate carne tritata quanta ve ne occorre e mescolatela in parti uguali con mollica di pane bagnata, erbe aromatiche, cipolline lessate e un uovo intero. Formate con detto composto delle polpette, passatele nella farina e friggetele con olio. Quando saranno cotte, mettetele in una padella, dove avrete preparato un sugo di pomodoro non troppo denso. Fatele insaporire per pochi minuti e servitele.

domenica di agosto 5Infine questa ricetta che evidenzia un uso che è stato quasi completamente abbandonato, ossia quello dell’aceto di vino. L’aceto nella cucina popolare aveva un rilievo abbastanza accentuato nelle insalate verdi e di patate; si usava per i cavolfiori e broccoli, in alcune cotture di carni, per conserve, frutta fresca conservata e addirittura per alcune marmellate come ad esempio quella di mele cotogne.

Macedonia d’insalata

Cuocete bene 2 grosse patate, 2 carote rosse, un quarto di sedano, un quarto di carota gialla, in acqua salata. Dopo aver ben sgrondato, tagliate il tutto a fette, e condite con olio e pochissimo aceto. Servite caldo.

(illustrazioni: il trailer di Domenica d’agosto, Luciano Emmer, 1949)