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Il piccolo deserto marchigiano.

Uno chef titolare di un rinomato ristorante nella regione Marche, si è candidato in una lista di appoggio al centro-destra per le prossime elezioni amministrative. Il ristorante si trova nel pesarese, esattamente in un paese noto per la produzione di un raffinato olio, è molto stimato dalla critica, operativo da diversi decenni e famoso per aver “interpretato” alcune specialità alimentari marchigiane. Non vi è — quasi inutile sottolinearlo — nessuno scandalo nel fatto che uno chef aspiri a una carica politica, candidandosi in una battaglia elettorale. Semmai rivela che il mondo della ristorazione diventa più variegato con l’apparizione, oltre allo chef-star, dello chef-politico. Per tener fede al proprio lavoro, ha intitolato il suo programma elettorale “La mia ricetta per le Marche” i cui temi sono: antipasto-innovazione (Promuovere la conoscenza e l’utilizzo delle nuove tecnologie attraverso la semplificazione e la digitalizzazione dei processi sfruttando le opportunità offerte dalle agevolazioni europee, nazionali e regionali (ora poco utilizzate)); antipasto di terra-sostenibilità (Favorire uno stile di vita ecologico e sostenibile anche attraverso la ripopolazione dei nostri borghi e delle comunità montane); antipasto d’amare-parità di genere (Promozione di iniziative e politiche a favore di donne, imprenditoria femminile e giovani come centralità del programma.); primo-lavoro (Aumentare l’efficacia delle misure di sostegno a tutela dell’occupazione e del reddito ….); secondo-valorizzazione del territorio (Sostenere una filiera etica dei prodotti tipici locali a tutela dei lavoratori e dei consumatori. Promozione del turismo enogastronomico e culturale anche attraverso una comunicazione più efficace per raccontare la grande bellezza della nostra regione.); dolce-economia (Trasformare i concetti di economia circolare e sharing economy in buone pratiche reali per favorire l’ottimizzazione delle risorse, il commercio e l’export che creano incoming e aumentano il PIL. Compensare squilibri regionali per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale.); acqua e vino-innovazione, innovazione, innovazione (L’innovazione si beve durante tutto il pasto perché si deve innovare in continuazione in ogni tema trattato (sostenibilità, genere, lavoro, territorio, economia, …). Il “menù” termina con “caffè con raschietto!”(?).  Come si può notare, il menù d’intenti fa quadrare molte questioni che rientrano in una specie di etica localistica della buona economy, dove c’è di tutto e dove il ‘vicino’ coincide sempre con lo ‘ottimo’: un programma che potrebbe essere stato scritto dai numerosi guru dell’ambientalismo, dai teorici della decrescita (in)felice, da militanti di estrema sinistra, da economisti riformisti, col risultato di avere un melange che dice tutto e non dice niente, o, in sintesi, è il risultato di un programma eminentemente populista. Ma l’aspetto più criticabile è il fatto che la lista del nostro chef-politico si presenta in appoggio al candidato per la presidenza della regione Marche famoso per le sue simpatie e attenzioni alla politica di estrema destra, con atti di approvazione dichiarata al fascismo. Non si riesce a capire quale sia il punto di congiunzione tra il programma del nostro chef, sebbene populista (o forse proprio perché populista), e la politica espressamente conservatrice del candidato del centro-destra. A meno che non si prenda spunto dai suoi slogan

Salviamo le nostre identità

Tradizioni fedeli ai tempi dei territori

Questo sapere da dove vieni ti traccia come innovare il futuro….

Questi “gridi di battaglia” sono certamente più vicini e consoni ai partiti che sostengono il candidato marchigiano del centro-destra, vale a dire Lega e Fratelli d’Italia. I dirigenti di questi partiti politici farneticano di tradizioni, di purezza delle genti, di localismo esasperato, ma dimostrano di non avere alcuna consapevolezza di quelle radici di cui vorrebbero farsi difensori. Il menu che all’apparenza poteva risultare complesso e ambizioso al punto da richiedere la specifica di qualche dettaglio operativo, al momento degli slogan si riduce alla solita solfa della tradizione pura, lineare, rinserrata nel territorio d’origine: il menu è un piatto vuoto, su cui miseramente si staglia la parola magica ‘tradizione’ privata della sua verità. Infatti, una tradizione così autoreferenziale non è mai esistita nemmeno al centro dello sconfinato deserto del Gobi, figurarsi su un territorio affollato, transitatissimo da sempre e ansioso di aprirsi alle culture più lontane come le Marche! Ripetiamo quanto già detto altrove: quando diciamo prodotto tradizionale, siamo propensi a crederlo immutato nei secoli. In realtà il prodotto tradizionale è il risultato di un’evoluzione che vive di mescolanze e eredità tradite, trasformate, vendute e ricomprate sotto altre forme. Il passato sopravvive solo grazie alla continua reinvenzione che ne facciamo a partire da ciò che abbiamo a disposizione nel presente, e che comprende oggetti interni ed esterni a quel campo che chiamiamo il nostro territorio. Ed è esattamente l’ansia di uscire dal proprio territorio, incontrando altre culture e sapori, che fonda la possibilità di un rinnovamento e del miglioramento. Giacché siamo sicuri che, se il sapore del latte nel Medioevo era magari più ricco di quello di oggi, è altrettanto vero che il cioccolato che oggi aggiungiamo al latte, gli dà un sapore di incontestabile piacevolezza. Ora pensiamo cosa sarebbe il mondo dell’alimentazione senza questa semplice verità, sottolineata da Matty Chiva, e che cosa mangeremmo se dovessimo applicare il “pensiero” leghista che vuole la tradizione pura, ossia inviolata, non toccata da altri, mummificata nei secoli. L’idea che le tradizioni locali non debbano essere contaminate è davvero la goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione alle scemenze leghiste e dei suoi alleati: la cucina è contaminazione! Immaginiamo per un attimo se non ci fossimo lasciati sedurre da altre culture e variazioni all’interno della nostra, che cosa avremmo sulle tavole o a che cosa avremmo dovuto rinunciare: pomodori, peperoni, patate, mais, cioccolato, tacchino tra i prodotti dell’era moderna. Risalendo ancor più nei secoli, avremmo rinunciato alle ciliegie, alle pesche, alle melanzane…Insomma, senza contaminazione staremmo a lenticchie, rape, cicorie e cicerchie. Persino il mais con la cui farina ci si prepara  la polenta, piatto simbolo di molte regioni settentrionali e di quella marchigiana (“marchigià magna polenta” è un blasone della regione), è il risultato di uno dei più notevoli prestiti e intrecci fra le cucine esotiche e quella mediterranea, per non parlare del pomodoro. La cucina è contaminazione, e l’Italia che basa parte importante della sua identità nazionale sulla cucina, è stata e sarà un paese aperto alle altre culture, curioso dei modi altrui di cucinare e mangiare, disposto a provare ingredienti nuovi e ad assimilarli nella sua antichissima tradizione. Apriamoci quindi alle contaminazioni e teniamo presente che

senza

innovazione

non

esiste

la

tradizione

(amen)

Illustrazione: Wikipedia: deserto del Gobi.

 

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