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Apprendisti o stregoni.

Se si vuol capire cosa pensa e come ragiona un millenial o, diciamo, un ventenne attuale su un argomento come la cucina e il cibo in generale, allora bisognerebbe leggere un articolo apparso su VICE Italia a firma di Leon Benz. Questi è, appunto, un giovane che ha scritto la cronaca di un suo esperimento, riportata poi nell’articolo intitolato “Ho fatto le ricette contenute nel libro di uno chef per capire se fossero fattibili o no”. Il giovane sperimentatore-cronista comincia dicendo subito che non capisce perché i libri di cucina vengano comprati, citando poi una ricerca dell’Aie (Associazione italiana editori) secondo la quale “solo il 20 per cento degli acquirenti li ha comprati effettivamente per le ricette mentre l’altra parte è stata attirata solo dal nome di un grande chef o di un personaggio televisivo”. Inizia quindi il suo esperimento (fallimentare, confessa l’autore) prendendo le ricette dal libro “Mettici il cuore” di Cannavacciuolo. Ma evidentemente, metterci il cuore non basta a tirare fuori qualcosa di decente da un paio di semplici ingredienti, e occorre quanto meno un poco di perizia, appresa per esperienza o per sentito dire; la quale però manca del tutto al nostro giovane sperimentatore, il quale anzi considera cruciale, per la riuscita dell’esperimento, il fatto che la sua dimestichezza in cucina sia pari allo zero. E tuttavia noi che leggiamo il resoconto, sentiamo una domanda emergere con forza: ma perché mai un lettore dovrebbe essere catturato dal racconto di un giovane tanto imbranato in cucina quanto abbagliato dallo splendore editoriale delle star dei fornelli e della pubblicità? Qual è il senso di tutto ciò? Nelle sue conclusioni il giovane articolista moralizza così l’esperimento: “Nonostante il mio impegno (enorme, giuro) non sono riuscito a fare una cena decente e sono convinto che per cose come queste ci sia bisogno di dedizione e passione: di certo non basta mettersi nei panni di uno chef una sera per tirare fuori una buona cena ma sono anche convinto che questo libro, così come gran parte dei libri di cucina, non abbia l’intento reale di far imparare qualcosa a qualcuno. Tutto il libro sembra scritto dando per scontato un sacco di nozioni utili per una persona con scarsa esperienza dietro ai fornelli.” Considerazioni conclusive alquanto banali, che rivelano soltanto il fatto che probabilmente lo sperimentatore è vissuto sotto una cappa di vetro, che non ha mai visto cucinare né mamma né papà, e quindi non sa neanche come sia fatta una pentola se arriva a pretendere che una ricetta descriva per filo e per segno anche quanta acqua è necessaria per cuocere un po’ di pasta. Però, si noti l’insistenza del mito della dedizione e della passione, ossia il “cuore” di Cannavacciuolo; cioè una visione sentimentalistica e patinata della cucina, per la quale il mondo si divide in due: chi ha la passione diventa star, chi non ce l’ha compra i precotti al supermercato. Nessuno spazio per l’esperienza, la comunicazione tra pari, i fatti del nutrirsi quotidiano.

L’esperimento parte dalla teoria del giovane secondo il quale un ricettario non aiuti per niente una persona ignara dei modi di cucinare, teoria che non dice abbastanza né delle persone ignare né dei ricettati usati, che non sono tutti uguali. Senza andare troppo oltre nel tempo, basti citare “Il Talismano della felicità” di Ada Boni, che ha allevato in cucina generazioni e generazioni di donne (e raramente di uomini). Poi l’editoria si è evoluta fino ad arrivare ai giorni nostri che la vede completamente trasformata, rivoluzionata sotto l’impulso di nuovi mezzi di comunicazione, sotto la pressione di esigenze dell’industria, con l’aiuto di nuovi orizzonti commerciali.   E, per ritornare alla ricerca dell’Aie, oggi “si assiste, e soprattutto la si avvertirà ancor più nei prossimi anni, a una vera e propria divaricazione del prodotto editoriale: da una parte si cucina grazie alle app e alla rete che già oggi nei blog di successo hanno diverse decine di migliaia di accessi, dall’altra si cercano libri di qualità, con scatti di fotografi famosi”. Come dire che le app per le nuove generazioni sono la fonte principale di apprendimento, mentre chi compra libri è succube dello “chef-star system”.

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