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Identità molto ambiziose.

Ogni tanto, qua e là, leggiamo di quanto in cucina l’Italia sia debitrice verso gli Usa; notizia sorprendente che riaffiora con più forza, nel titolone sensazionalistico, quanto più se n’era già in precedenza dimostrato il carattere ininfluente, se non addirittura l’infondatezza. È un fenomeno tipico della nostra informazione, sia cartacea sia del web: creare dal nulla un argomento per prosperarci sopra con articoli, inchieste, sondaggi da utilizzare fino alla creazione della prossima voce, basata sul nulla o sulle mezze verità. Abbiamo già visto, ad esempio, stimati storici dell’alimentazione argomentare con sicurezza che la prima vera industria di pasta secca fu creata negli Stati Uniti, e che gli emigranti, ritornando nel paese di origine, avrebbero contribuito a diffondere la cosiddetta “pasta compera”, sicché In Italia, secondo alcuni, fu solo durante la Prima Guerra mondiale che l’industria irruppe nel settore della pasta. Che bella storia, quella dell’immigrato che, partito per miseria, torna in patria arricchito di soldi e di scienza, riscattandosi socialmente e insegnando ai vecchi genitori come si fa a non morire di fame. Il fatto che già nel 1827 Buitoni, primo industriale della pasta nel nostro Paese, avesse già aperto un suo laboratorio, non intacca affatto la favola giornalistica. Senza poi tenere conto del fatto che, sin dal primo Settecento, come dimostrano numerosi documenti di archivio, in varie parti del Paese, nelle botteghe del tempo si vendevano maccheroncini siciliani e maccheroni napoletani; ragion per cui, se esisteva un commercio diffuso sul territorio nazionale, dovevano esserci anche dei centri produttivi per alimentare tale commercio. Ah, se solo ci fosse il tempo di dare uno sguardo all’infinità di documenti conservati nei nostri ricchi archivi!

Ora un altro filone di interesse che spinge l’editoria gastronomica verso gli USA, è la cosiddetta cucina italo-americana, per cui sarebbe l’America che deve tutto alla tradizione italiana. Dunque non solo l’abbiamo scoperta; ma le abbiamo pure dato di che mangiare! E il piatto che dimostrerebbe l’incontestabile anima italiana della cucina americana, sarebbe ovviamente Spaghetti with Meatballs.

Ecco quindi grandi inchieste sociologiche e storiche sull’emigrazione italiana, con il nobile intento di sostenere che l’unico elemento culturale e identitario appartenente alle masse degli umili e analfabeti italiani, era la cucina. E ovviamente si immagina questo collante identitario culturale come qualcosa di strutturato e ricco di norme, manco partissero con in tasca l’Artusi. Ora proviamo ad immaginare una famiglia di fine Ottocento costretta dalla povertà ad emigrare Oltreoceano, e per farlo richiamiamo alla memoria una sequenza del film Novecento I di B. Bertolucci. La sequenza in questione ci mostra un contadino che rientra a casa, dove è atteso dalla moglie e dai figli per il pranzo: si siedono attorno ad un povero tavolo, nel mezzo del quale penzola, attaccata ad un filo, un’aringa; e ciascun componente della famiglia, con la sua fetta di polenta in mano, comincia a sfregarla sull’aringa. E quello era il pranzo. Una famiglia che lasciava quella povertà, arrivando in un mondo più, diciamo così, generoso, non cercava proprio di affermare un’identità sulla privazione e sulla sofferenza, quanto si sforzava di crearne una nuova. Non si può quindi parlare di cucina italo-americana, bensì di cucina totalmente americana; e gli spaghetti con le polpette o la pizza — quella americana, per intenderci — sono tra gli stilemi alimentari americani giustamente esibiti con orgoglio. Quella era l’America, un luogo dove non si portava una lunga tradizione nel bagaglio, bensì solo poche cose, e il resto lo si inventava lì, creando qualcosa di nuovo: la cucina americana, appunto. E la cucina americana, scommettiamo, non nasceva per irrigidimenti identitari, ma semmai per confluenze materiali di tanti identitari allentamenti. Illuminanti le parole di Sebastiana Papa: “I poveri si assomigliano ovunque e di conseguenza le analogie della cucina dei poveri trascendono le diversità geografiche, le consuetudini alimentari, i prodotti del luogo. È cucina fatta di ingredienti poveri, spesso di scarto, ove l’unica ricchezza è la sapienza delle preparazioni e la fantasia ardita delle mescolanze. Se a prepararla erano Schiavi d’America o Cafoni del Sud Italia, era sempre cucina governata da un antico denominatore — la miseria — e stimolata da un unico desiderio, rendere saporito l’insapore.”

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