Archivio mensile:febbraio 2018

Ma di che food parlate???

Il giornalismo enogastronomico cresce ogni giorno di più tanto da avere spazio perenne in ogni dove: dalla carta stampata, al web, alla tv. è diventato quindi un settore dell’informazione importante del quale non possiamo più farne a meno, con quei punti di riferimento fissi di lettura in rubriche, giornalisti che si riciclano in enogastronomi, inchieste, pagine pseudo scientifiche nelle quali, un giorno sì e l’altro pure, si pontifica su quale alimento faccia bene o male alla salute. Un chiacchiericcio caotico e inconcludente, una sovraesposizione di programmi televisivi che cominciano a stancare; ma soprattutto stiamo assistendo alla creazione di una informazione bugiarda, o quanto meno parziale e asservita alle esigenze sia editoriali che industriali. Ultima iniziativa di un grande giornale nazionale, è quella di aver aperto un dibattito sul foodwriter, sul suo ruolo e in quale direzione deve muoversi. Già qualcuno ha risposto all’invito della testata di esporre il proprio punto di vista. E la risposta è stata, più o meno, che il giornalista enogastronomo deve avere come requisiti, più cultura e più senso critico. Ed è partendo da questo punto di vista che emergono spontanee delle domande, la prima delle quali si focalizza su un aspetto: il giornalismo gastronomico scrive quasi esclusivamente di ristoranti alla moda e di chef stellati, pubblicando paginate intere con fotografie di graziose, surreali, piccolissime, fantasiose, colorate creazioni che svaniscono dal piatto al solo sguardo, tanto sono minuscole. Il reclamato ‘senso critico’ si esaurisce nelle descrizioni di queste mirabolanti ricercatezze, finendo per risultare alla stregua di inutili didascalie alle foto patinate (saranno i fotografi i veri nuovi critici della gastronomia di tendenza?), e linguisticamente sfiorando il ridicolo, tanto da diventare facili canovacci per i comici. Si può essere d’accordo su quanto affermano gli chef-star a giustificazione della misera quantità di cibo nel piatto, ossia che per gustare non è necessaria la quantità, bensì la qualità; ma se ad un povero diavolo la quantità d’un boccone non è sufficiente per gustare appieno la strabiliante creazione, che fa?

Ma è sulla richiesta di più cultura, da parte dei moderni scrittori di food, che qualcosa non quadra: l’alimentazione nel corso della storia è sempre stata segnata dal profondo divario classista; fatto socio-economico che ha determinato la qualità della cucina e lo sviluppo e differenziazione delle culture alimentari. Se prima era il pane a determinare la disparità tra le classi (pane nero per i poveri, bianco per i ricchi), ora è il tipo di supermercato (quello a basso costo per i poveri, quello raffinato con prodotti scelti per i ricchi). Quanto di tutto ciò emerge dalle pubblicazioni di critiche, ritratti, reportage su ristoranti, chef, creazioni di piatti? I cosiddetti foodwriter non stanno facendo altro che creare dei miti gastronomici e non verità alimentari, dimenticando completamente che la cucina è intimamente legata alla realtà economica e che la qualità e quantità dei cibi riflettono problemi economici e sociali.

Illustrazioni: Louis De Funès, L’aile ou la cuisse, 1976 (foto: boxofficestory.com)