Archivio mensile:gennaio 2018

Il pane è il vivente. Con Maria Lai.

Il pane è cibo essenziale, necessario, assoluto. Il pane è vita, tanto che ne è diventato il simbolo. Il pane, senza alcuna esagerazione, è uno dei motori della storia umana. All’alba della civiltà, c’è il pane declinato al plurale, ovvero il passaggio dal puro nutrimento al gusto. Si pensi che il grande gastronomo greco d’Egitto, Ateneo di Naucrati, nel secondo secolo contava già 76 differenti tipi di pane. Da allora sino al secondo dopoguerra, questo cibo ha sempre avuto un particolare rilievo a tavola, è stato la fonte principale di alimentazione, e gli appena quindici grammi a testa di consumo odierno, scompaiono per la loro insignificanza di fronte al chilo giornaliero dell’antica Grecia o ai 300 gr del periodo pre-boom. Ma, e sembrerebbe una bizzarria, man mano che decresce il consumo, aumentano le varietà e tipologie del pane: in Italia, secondo l’Atlante dei prodotti tipici pubblicato dall’Istituto di Sociologia Rurale, se ne contano quasi 250.

Alimento quotidiano per eccellenza, sin dall’inizio il pane è trasmigrato dal campo naturale dell’alimentazione, a quello linguistico della simbologia e comunicazione. Ogni territorio infatti ha le sue tradizioni, le forme e le decorazioni, i riti e le occasioni legati a questo cibo fondamentale; il quale, lì dove la sua funzione simbolica non è stata interamente assorbita dal rito eucaristico del periodo pasquale, dispiega ancora una molteplicità di significati che toccano momenti diversi della vita umana, così che la panificazione, il dono e il consumo dei pani, hanno luogo in una cornice sociale e si configurano come atto comunicativo. Ce lo ricorda Alberto Mario Cirese, l’illustre antropologo scomparso tre anni fa, quando scrive: Quel che si aggiunge è il valore di “segno”, per cui il pane che di norma deve essere soltanto “buono da mangiare” diventa anche “buono a comunicare”, e cioè capace di veicolare immagini o più esattamente significati che sono diversi dal semplice ed elementare significato di essere se stesso, e cioè pane da mangiare. Queste parole provengono da un saggio (Per lo studio dell’arte plastica effimera in Sardegna) che apre un bellissimo volume del 1994 dedicato ai pani tradizionali sardi: Pani tradizionali, arte effimera in Sardegna, Editrice Democratica Sarda. Il libro presenta una rassegna esaustiva su questa particolare tradizione di arte bianca, includendo anche una corposa sezione fotografica dedicata ai pani cerimoniali, talmente decorati, modellati, cesellati da destare meraviglia e stupore. Ad introdurre le immagini, una ricca serie di scritti di altri autori, fra antropologia, storia e letteratura, che illustrano le farine, i modi, le ritualità, i significati, i dolci e la pasticceria del mondo del pane isolano, in un discorso che ha molteplici coordinate, e quella gastronomica non è mai scissa da quella antropologica e linguistica.

I pani di Sant’Antonio, i pani di Pasqua, di Natale e di Capodanno, i pani di fidanzamento, di matrimonio, di celibato e nubilato, e altri ancora. Alcuni di questi tipi di pane (forse) ancora si producono in varie zone d’Italia, e certamente in essi è evidente come le forme e gli ingredienti servano ovunque alla causa del messaggio. Ma la Sardegna, come si sa, ha una cultura particolare legata al pane, che in passato si è espressa in una estetica assai articolata, un’arte con le sue tecniche e i modelli e gli strumenti, come un’oreficeria per materia effimera e destinata al consumo. Ancora Cirese afferma che “l’arte della modellazione figurativa e ornamentale dei pani sembra invece costituire uno dei tratti culturali più intrinseci e rappresentativi della condizione sarda. (…) qui il fenomeno ha innanzi tutto di proprio una celebritas, se così può dirsi, cui è difficile trovare riscontro in altri luoghi: una frequenza, una abbondanza, una vitalità sorprendenti, lungo un fittissimo succedersi di occasioni, non solo solenni o festive ma anche umilmente feriali e quotidiane, e per aree di diffusione che sembrano coprire densamente tutta l’isola.”

Impastare, intagliare, timbrare, creare cuocere e consumare in società, sono le azioni dell’arte del pane, i cui valori e la forza estetica la fanno ben distante dalle mode attuali di decorare e patinare i piatti prima del loro arrivo sulla tavola internazionale. Semplicemente le due cose non c’entrano niente, come la poesia e la retorica, o l’arte e l’ornamento.

L’arte del pane, come una lingua, muore quando si estingue la società a cui essa serve e fa riferimento; ed è significativo che sia stata proprio Maria Lai a portare il pane, sotto il nome di scultura, nell’arte contemporanea, la sua, fortemente legata a un’idea di comunità vivente.

Il 2017 e l’anno in corso segnano un momento importante dell’artista sarda: ha partecipato a documenta 14, alla 57° Biennale di Venezia, a fine novembre la sua opera sarà presentata negli USA, mentre il prossimo marzo, gli Uffizi organizzeranno una mostra a Firenze. Un’altra mostra di Maria Lai è in corso a Roma nello Studio Stefania Miscetti (visitabile fino al 31 marzo) nella quale viene esposta una scultura di pane, una piccola sintesi di quanto sopra esposto.

 

 

Illustrazioni: Maria Lai, Invito a tavola, installazione in terracotta, 2002, Stazione dell’arte, Ulassai (unclosed.eu). Pierre Auguste Renoir, La colazione, 1879 (grandspeintres.com). Maria Lai, Enciclopedia pane, 2008 (parisartnow.com).

Tra l’abbondanza e l’eccesso.

Siamo a cavallo tra la passata stagione dell’abbondanza e ricchezza del cibo, propria delle feste natalizie, e quella della sregolatezza, dell’eccesso, del fritto… È quindi un momento di tranquillità, adatto alla riflessione sul sistema alimentare; magari, come aiuto, riprendendo in mano un articolo apparso su Il Messaggero di qualche settimana fa, a firma di Livia Pomodoro, presidente del Milan Center for Food Law and Policy, e avente per oggetto lo spreco alimentare. L’articolo parte dal fatto che nel nostro Paese lo spreco alimentare è ancora molto grande. Le cifre sono discordanti: per lo EU Platform on Food Lossesand Food Waste ognuno di noi butta nella spazzatura circa 179 chilogrammi di cibo all’anno; per Last Minute Market sono invece 2,4 chili di cibo pro capite al mese, ossia un punto circa di percentuale del prodotto interno lordo del nostro Paese. In comune i due istituti hanno la convinzione che in Italia si debba far di più se si vogliono raggiungere gli obiettivi di una drastica riduzione dello spreco alimentare, vale a dire il 30 per cento entro il 2025 e il 50% entro il 2030. Vale la pena ricordare che quando buttiamo nella spazzatura del cibo, non gettiamo soltanto del cibo ma anche le risorse che sono state necessarie per produrlo: la FAO ci avverte che per ogni chilo di cibo, vengono prodotti 4,5 chili di anidride carbonica e che i rifiuti alimentari sono l’8% di tutte le emissioni di gas serra del pianeta. Nel 2016 è stata approvata la legge “antispreco” che in un anno ha prodotto risultati notevoli ma non bastano: occorrono nuove sollecitazioni, nuove iniziative per rendere più incisiva questa che tra le leggi è sicuramente la più innovativa ed efficace. Paladina di questa legge nel nostro Paese è stata soprattutto la grande distribuzione con iniziative che tutti hanno potuto notare nei vari supermercati, ma è giunto il momento di sensibilizzare i consumatori, partendo dal fatto che (stime dell’Unione Europea) il 70% dei rifiuti alimentari viene dal settore domestico, dai servizi alimentari e dal commercio al dettaglio.
Su questo stesso argomento, vale la pena rileggere gli articoli che potete trovare nell’archivio delle “notizie”: “Un seme non si è perso” (4 ottobre 2016); “La colpa dello spreco” (18 luglio 2016). Nella categoria “sopravvivenza”: “…poiché cogli avanzi si sbarca il lunario” (7 giugno 2014).

Illustrazione: Duane Hanson, Supermarket Lady, 1969