Archivio mensile:ottobre 2016

Poverissime triglie!

Un allarme, o meglio una denuncia, è stata lanciata dalla Coldiretti Impresapesca. Dopo la fine del fermo pesca in Adriatico  i pescatori si ritrovano a vendere il loro pescato a prezzi veramente ridicoli tanto sono bassi, così bassi che possono arrivare a 10 centesimi al chilo, con nel caso limite delle triglie. Tutto ciò, evidentemente, aggrava le già difficili condizioni della marineria italiana, la quale, negli ultimi 30 anni, ha perso all’incirca 18 mila posti di lavoro. In queste condizioni, il mercato è letteralmente invaso dal pescato estero, “dal pangasio” fa notare la Coldiretti “del Mekong venduto come cernia, al filetto di brosme spacciato per baccalà, fino all’halibut o alla lenguata senegalese commercializzati come sogliola, la frode è in agguato sui banchi di vendita, anche perché al ristorante non è obbligatorio indicare la provenienza”. Come difenderci da tutto ciò? Semplice: acquistando direttamente dai pescatori o nei mercati ittici a chilometro zero (e da quelli di “Campagna Amica”, naturalmente).

renato natali triglie 27235Triglie all’agro

Per 4 p.: 1 kg di triglie; 2 limoni; 1 o due spicchi d’aglio, del prezzemolo tritato; olio d’oliva extra vergine; sale e pepe.

Fate un trito con l’aglio e il prezzemolo e mettete d parte. Pulite le triglie e poi sistematele in un recipiente unto d’olio, sopra di esse spargi il succo di limone e il trito di aglio e prezzemolo, sale e pepe. Incoperchiate il tegame e a fuoco basso fate cuocere per un quarto d’ora.

Triglie al forno

1 kg di triglie; 4-5 acciughe; olio; uno spicchio d’aglio; una manciata di olive nere; un pizzico di origano; del prezzemolo tritato; sale e pepe.

Una volta pulite le triglie, lavatele e asciuga tele. Fate un trito con l’aglio, il prezzemolo, l’origano, le acciughe, la polpa delle olive. Con questo trito riempite le triglie, sistematele in una pirofila, condite con olio e cuocete al forno a 180° per 15/20 minuti.

Triglie alla marchigiana

1 chilo abbondante di triglie; 2 etti di prosciutto; foglie di salvia; pangrattato; 1 limone; olio; sale e pepe.

Pulite ed eliminate la lisce alle triglie, lavatele e asciugatele. Sistematele in un recipiente e bagnatele con olio d’oliva sbattuto col succo di limone,  conditele con un pizzico di sale e pepe e lasciatele marinare per un’oretta. Dopodiché prendete le triglie sgocciolatele della marinata, passatele nel pangrattato e sistematele in un pirofila, alternandole con il prosciutto e qualche foglia di salvia. Mettete in Forno a 180° per un quarto d’ora. Servitele calde.

Triglie alla livornese

1 chilo e 200 grammi di triglie; 500 gr di pomodori pelati; aglio, prezzemolo; olio; sale e pepe

Innanzitutto preparate la salsa facendo soffriggere un trito di aglio e prezzemolo in olio (inutile dire che l’olio deve essere di buona qualità), aggiungendo poi i pelati. Intanto che la salsa si restringe (occorreranno una ventina di minuti) squamate le triglie (a Livorno usano quelle definite “gadolle”, ossia né grasse, né magre) con attenzione e sempre delicatamente adagia tele nella salsa e lascia tele cuocere a tegame scoperto per una decina di minuti. Servitele calde, ma prima spolveratele di prezzemolo tritato.

Illustrazione: Renato Natali (1883-1979), Triglie, olio su masonite. (fonte: minervaauctions.com)

La scoperta dello zucchero.

why not sneeze.hmm

L’abbiamo capito: al giorno d’oggi mangiamo con delle regole dettate dalla moda, dagli articoli di riviste scientifiche, da articoli pseudo-scientifici, dal chiacchiericcio delle rete. Ora è arrivato il momento (ne abbiamo accennato in occasione del post delle “sorelle Vitto 7”) della rivalutazione dello zucchero, dei grassi e del sale. Pur non essendoci nessuno studio scientifico riabilitativo sui due prodotti che hanno contribuito all’evolversi della storia attraverso commerci, imperi costruiti sulle colonie, schiavismi, guerre, alleanze, e poi finiti per essere additati come tra i peggiori nemici della salute umana, ebbene, in America si è formato un grande movimento di riabilitazione che sta contagiando tutto il Paese, condizionando persino le future strategie produttive di multinazionali come ad esempio la Pepsi-Cola. Due sono i maggiori filoni di pensiero che compongono la nuova moda: il primo parte da una maggiore coscienza ecologista; il secondo molto più semplicemente dalla riscoperta di un atteggiamento, diciamo, più epicureo della vita. Una delle maggiori (e pericolose) interpretazioni del movimento ecologista è quella di pensare che tutto ciò che è naturale è benefico: lo zucchero è naturale? Sì. Può essere biologico? Sì. Allora perché non preferirlo ai dolcificanti artificiali che oltretutto sono pericolosi e forse provocano tumori? Tanto più che lo zucchero naturale ha un gusto più completo, come recita la quasi totalità delle etichette. La componente epicurea è invece quella parte di popolazione che è stufa di peso-forma, di diete, di preoccuparsi eccessivamente della salute e che vuole finalmente godere dei sapori veri senza sensi di colpa. Di questa nuova moda ne ha parlato il Wall Street Journal, sottolineando anche la notizia che la Pepsi ha lanciato nel mercato una bibita con una etichetta quasi che fosse un guanto di sfida, in cui c’è scritto “Pepsi Real Sugar”. E la sfida la multinazionale la sposta ancora più in alto annunciando che riproporrà la bevanda con la formula originale del 1883 ancor più zuccherata!

Anteprima di “duchamp why do not - Cerca con Google”Marcel Duchamp, Why Not Sneeze Rose Sélavy?, 1921-1964

Un seme non si è perso.

bonsai-tree-seeds1La legge antispreco è entrata in vigore. Con questa nuova norma sarà possibile donare con più facilità cibi in eccedenza e farmaci etichettati malamente e, inoltre, i ristoranti dovranno rendere possibile ai clienti, il “fagottino” o “doggy bag” o “family bag” che dir si voglia. In estrema sintesi la legge stabilisce che “gli operatori del settore alimentare possono cedere gratuitamente le eccedenze alimentari” obbligando i destinatari a rivolgere i prodotti alle persone indigenti. Una novità è rappresentata dalla possibilità  di donare le eccedenze alimentari anche “oltre il termine minimo di conservazione, purché siano garantite l’integrità dell’imballaggio primario e le idonee condizioni di conservazione”. Per fare tutto ciò e altro, la legge stanzia risorse specifiche, promuove incentivi, semplifica la burocrazia. Insomma è una legge necessaria che corona decenni di attività, di divulgazione, di sensibilizzazione sul tema ambientale da parte di movimenti e associazioni. Si tratta di una sensibilizzazione che parte da lontano e alla quale ha contribuito in piccolissima parte anche chi scrive: molti anni fa (all’incirca 1986/7), uno o due anni dopo l’inizio della rubrica “Peccati di gola” nel Trovaroma di La Repubblica, i giornali erano pieni di articoli sul nuovo fenomeno dell’immigrazione. In particolare a Roma si discuteva molto della presenza degli stranieri a Colle Oppio perché là vi era (operativa ancora oggi) la mensa Caritas.Anche su questa mensa vi erano articoli riguardanti le difficoltà economiche e organizzative della Caritas nel cercare di mandare avanti questo essenziale servizio per gli stranieri. Per questo motivo mi venne l’idea di lanciare una campagna di raccolta di cibo nei ristoranti romani. Per prima cosa ne parlai con il caporedattore del giornale il quale appoggiò l’idea e mi invitò ad andare avanti, quindi andai verso la canonica di Santa Maria in Via per incontrare don Luigi Di Liegro.

bonsai-tree-seeds3Durante una lunga passeggiata, esposi al fondatore della Caritas l’idea di coinvolgere ristoratori nel donare cibi non deteriorati, un cartone per ogni ristorante di acqua minerale, di pomodori, di pasta e di qualsiasi altro alimento fossero disposti a dare. A Di Liegro l’idea piacque molto tanto che ci incontrammo diverse volte per cercare di abbozzare un progetto di fattibilità. Decidemmo per prima cosa di coinvolgere l’AssoRistoranti di Roma (a quel tempo Giorgio Bodoni ne era il presidente), la quale anch’essa approvò il progetto e subito si mise all’opera inviando ai propri associati una lettera con la descrizione dell’idea e l’invito di partecipare. Risposero una ventina di locali romani tutti disposti a donare a patto che il mezzo di raccolta non fosse a loro carico. Ottenuto questo bel risultato, con Di Liegro stendemmo finalmente il progetto da presentare al Vicariato romano. Dopo qualche mese un affranto don Luigi mi comunica che il Vicariato non è interessato al progetto e che la Caritas, senza nessun altro appoggio, non può sostenere né tantomeno finanziare un sistema di raccolta delle donazioni. Fine del progetto, ma evidentemente un piccolo seme è stato gettato sul terreno ad ingrossare un generoso movimento d’opinione, la cui forza, dopo 30 anni, ha generato la “legge antispreco”.