Archivio mensile:febbraio 2016

Povero pane!

tumblr_mtqpp8cWwA1rtfs0bo1_1280Per accorgersi del mutamento di consumo del pane in Italia, basta spiare un muratore quando si apparta all’ora di pranzo. Si noterà come il “culo” della pagnotta di pane, scavato della mollica, riempito di polpette al sugo o di verdure ripassate, tappato con la mollica precedentemente tolta (e ogni boccone di tale “panino” mandato giù da un buon sorso di vino) in vigore fino a pochi decenni fa, sia stato sostituito da un panino (michetta o rosetta a seconda della posizione geografica) farcito con prosciutto o mortadella e una lattina di birra. Tra il “culo” della pagnotta e il panino, c’è tutta una storia che ha per protagonista l’industria alimentare che, tra tanti benefici, ci ha lasciato anche diversi disturbi e intolleranze alimentari. Questi ultimi sono tra i maggiori responsabili del calo del consumo del pane, come rilevato da un’analisi della Coldiretti che parla di “record negativo con appena 85 grammi a testa al giorno per persona”.  E pensare che nel 1861 se ne consumava 1 chilo e cento grammi per persona al giorno; che in nome del pane si sono fatte rivoluzioni e sommosse; e che gira ancora (per poco) il detto “buono come il pane”. Fa impressione leggere i dati della Coldiretti: dal 1980 si è passati da un consumo di 230 grammi a testa, a 197 grammi nel 1990. Altri dieci anni e il consumo si è abbassato a 180, poi, nel 2010 a 120 per arrivare al 2013 a 100 grammi esatti e quindi, oggi, a 85 grammi. Oltre ai disturbi sopra accennati, il calo del consumo di pane va addebitato anche al cambiamento delle abitudini alimentari (vedi sempre i muratori); ma va rilevato anche il fatto che il 42% degli italiani mangia il pane del giorno avanti, dato in costante aumento favorito sia dalla crisi, sia da una maggiore sensibilità ambientale (solo il 2% butta il pane superfluo). Altri dati resi noti dalla Coldiretti: il 44% degli italiani surgela il pane avanzato, il 43% lo grattugia, il 22% lo dà da mangiare agli animali, mentre nel 5% delle famiglie il pane non avanza mai. Inoltre, il 24% degli italiani utilizza il pane raffermo per la preparazione di ricette tradizionali.  Il consistente calo di consumo mette a rischio anche i pani della tradizione popolare italiana (secondo “L’Atlante dei prodotti tipici: il pane” a cura dell’Istituto Nazionale di Sociologia Rurale, se ne contano 200) tra i quali cinque sono stati addirittura riconosciuti dall’Unione europea: la Coppia ferrarese, la pagnotta del Dittaino, il pane casareccio di Genzano, il pane di Altamura e il pane di Matera. In considerazione del fatto che sta aumentando l’uso di fare il pane in casa, che vi è un aumento di consumo di farine speciali e biologiche, abbiamo scelto di citare alcune ricette di “brot aus Sudtirol” di Johann Trenker, uno tra i più famosi panettieri dell’Alto Adige, titolare della panetteria omonima che sforna giornalmente sui settanta tipi di pane.

bread-640Schiacciate di Merano (Meraner Vorschlabrot)

Ingredienti: 600 gr di farina di segale; 400 g di farina di frumento; 1 cucchiaio di sale; 45 gr di lievito; circa ¾ di litro di acqua; 2 cucchiai di trifoglio montano; 1 cucchiaio di semi di finocchio

Mescolate bene la farina di segale con quella di frumento; aggiungete il lievito, disciolto in acqua tiepida, e le spezie. Lavorate con tanta acqua fino ad ottenere un impasto di media consistenza. Formate un cilindro e tagliatelo in 10 pezzi che spianerete dando loro una forma rotonda di 25 cm di diametro. Fate riposare per 20 minuti e quindi punzecchia tele più volte con una forchetta. Cuocete per 30 minuti circa a 200° in forno preriscaldato.

“Crosti” della Val Badia (Gadertaler “Crosti”)

ingredienti: 1 kg di farina di frumento; 50 g di lievito; 100 g di burro; 3 cucchiai d’olio; 200 g di patate lessate; 100 g di uva sultanina; ½ limone; 2 cucchiai di rum; 2 uova; 100 g di zucchero ; 1 cucchiaino di sale.

Sciogliete il lievito in cinque cucchiai di acqua tiepida ed incorpora telo alla farina; cospargete le spezie sulla farina. Aggiungetevi il burro liquefatto, le uova sbattute e l’olio preparando col tutto un impasto; incorporatevi per ultime le patate ancora calde passate con lo schiacciapatate. Lavorate fino ad ottenere un impasto senza grumi e morbido. Fate lievitare coperto per 30 minuti. Dategli la forma di un grosso cilindro, tagliatelo in 8-10 pezzi che spianerete in schiacciate di 3 cm di spessore (diametro 6 cm); effettuate sul lato superiore due tagli longitudinali che s’incrociano con due tagli trasversali. Fate riposare per altri 10 minuti. Cuocete in forno ben caldo a 200° per circa 25 minuti e spennellate con acqua dolcificata quando scottano ancora.

Pandolce all’anice (Anisbrot)

Ingredienti: 1 kg di farina di frumento; 50 gr di lievito; 1 cucchiaio di sale; 60 g di zucchero; 0,1 l d’olio; 2 uova; ½ litro di latte; 2 cucchiai di semi d’anice.

Sciogliete il lievito con un po’ di latte e fate lievitare. Mescolate la farina con le spezie, aggiungetevi le uova già amalgamate all’olio ed il lievito disciolto nel latte; lavorate il tutto aggiungendovi tanto latte fino ad ottenere un impasto morbido ed elastico. Far lievitare finchè raddoppi il suo volume. Cuocete in forno per 45-50 minuti a 200°. Spalmate il pandolce ancora caldo con un rosso d’uovo amalgamato con un po’ di panna ed infornate ancora brevemente. Il pandolce all’anice, per il suo delicato aroma è particolarmente gradito a colazione e di pomeriggio accompagnato al tè oppure al caffè.

Picture10Panini alle cipolle (Zwiebelbrotchen)

Ingredienti: 300 gr di farina di frumento; 250 g di farina di segale; 1 cucchiaino di zucchero; 25 g di lievito; 2 cucchiaini di sale;  1 cucchiaino di cumino in polvere; 0,4 l d’acqua; 1 uovo; 1 cipolla piccola.

Preparate una pastella da lievitazione con il lievito e lo zucchero disciolti in un po’ d’acqua; fate riposare per 15 minuti. Amalgamate fra loro la farina, la pastella suddetta, le spezie e l’acqua lavorando il tutto fino ad ottenere un impasto morbido e senza grumi. Fate lievitare finché raddoppi il suo volume. Ricavate delle palle non troppo grandi, disponetele su una placca unta d’olio, spennellate con l’uovo e cospargetele di cipolle rosolate e tritate finemente. Cuocete in forno a 200° per 40-50 minuti. A metà cottura potrete ricoprirle con un foglio d’alluminio per evitare un eccessivo abbrustolimento delle cipolle.

Pane d’orzo (Gerstenbrot)

Ingredienti:500 g di farina di segale; 200 g di farina di frumento; 200 g di farina d’orzo; 1 cucchiaio di sale; 1 cucchiaio di trifoglio montano; 200 g di impasto acido a lievitazione naturale; 25 g di lievito; ¾ di litro d’acqua.

Amalgamate con l’acqua tiepida il lievito  e l’impasto acido a lievitazione naturale. Fatelo lievitare. Aggiungete questo preimpasto lievitato alle tre farine che avrete mescolato accuratamente fra loro. Impastate con l’acqua restante. Lavorate l’impasto battendolo; lavora telo ancora e ricavatene  dei piccoli filoni che farete riposare mezz’ora. Spennella teli con l’acqua, punzecchia teli con la forchetta e passateli in forno ben caldo per circa 40 minuti a 200°.

museums-photos-spread-moma-oldeburg-2Pane all’avena (Haferbrot)

Ingredienti: 400 g di farina di frumento integrale; 200 g di farina d’avena; 1 cucchiaino di sale; 50 g di impasto acido a lievitazione naturale; 20 g di lievito; 1 cucchiaio di cumino macinato; ½ litro di latte.

Mescolate bene l’avena in grani decorticati o i fiocchi d’avena al dente con la farina di frumento e le spezie. Aggiungete l’impasto acido ed il lievito disciolti nel latte tiepido e lavorate il tutto fino a formare un impasto consistente. Formate dei filoni; effettuate nella loro parte superiore due tagli trasversalie far riposare brevemente. Passate in forno ben caldo per 50-60 minuti a 200°.

Pane casareccio delle Alpi Aurine (Zillertaler hausbrot)

Ngredienti: 1kg fi farina di frumento; 1 kg di farina di segale; 100 g di lievito; 2 cucchiai di sale; 1 cucchiaio di cumino in polvere; 1 litro circa di acqua.

Mescolate accuratamente i due tipi di farina con il sale ed il lievito disciolti in un po’ d’acqua. Preparate su una spianatoia un impasto a forma di palla da cui ricaverete delle pagnotte rotonde. Pungetele più volte con una forchetta e passate in forno per circa un’ora a 220°. Con un cucchiaio di farina e quattro cucchiai d’acqua preparate una pastella che spalmerete sulle pagnotte ancora calde; fate gratinare brevemente in forno in modo che le schiacciate assumano una bella crosta lucida.

Pane di segale (Roggenbrot)

Ingredienti: 100 g di impasto acido a fermentazione naturale; 200 g di farina di segale e 0,2 l d’acqua amalgamati  fra loro danno, dopo 3 ore di lievitazione, 500 g di impasto acido a lievitazione naturale.

Mescolate l’impasto acido con l’acqua e la farina di segale fino ad ottenere una massa omogenea e morbida. Fate riposare per 3 ore in luogo caldo. Aggiungete la farina di frumento, il lievito sciolto nell’acqua  ed il sale lavorando il tutto fino ad ottenere un impasto di media consistenza. Dopo 25 minuti forgiate dall’impasto dei filoni o delle pagnotte di forma rotonda. Fate lievitare ancora una volta; spennellate con acqua e cuocete in forno per 60-70 minuti a circa 260° con vapore. Toglieteli dal forno e spennellate ancora un volta con acqua.

 

Illustrazioni: vari pani di Claes Oldenburg.

Vatel e Violier: quanto costano le stelle.

vatel1Alcuni François Vatel lo conoscono per aver visto il film ispirato alla sua vita con G. Depardieu; altri lo conoscono  perché inventore della crema Chantilly, altri ancora perché fu il primo cuoco a suicidarsi. Per la verità non era soltanto un cuoco, ma anche contrôleur général de la Bouche, titolo affibbiatogli dal principe di Condè presso cui prestava servizio. Si racconta che fosse molto preciso e perfezionista in maniera quasi maniacale; la sua ricetta di crema –per rispetto e per omaggiare il suo principe- la dedicò al castello di Chantilly. E proprio in questo castello si organizzò una festa in onore del Re Sole, Luigi XIV, alla quale parteciparono 600 invitati. Vatel, in quindici giorni organizzò tutta la festa e la sera del giovedì 23 aprile, gli ospiti rimasero incantati dalla cena per i numerosi piatti elaborati e spettacolari. Il giorno dopo, venerdì, era prevista una cena di pesce e Vatel aveva dato precisi ordini già il giorno prima, di comprare il pesce fresco e farlo viaggiare la notte del giovedì per averlo poi a disposizione la mattine del venerdì nelle cucine del castello. Ma i corrieri tardavano, Vatel diventava sempre più nervoso; verso l’ora di pranzo arrivò un corriere con una cestina di pesciolini bastanti per una fritturina per una famigliola. Al tramonto ancora niente all’orizzonte. Vatel ammutolito, si ritira nella sua stanza, infila la spada nella porta e ci si butta sopra con il petto. In quel momento ecco arrivare i carri dei corriere con le ceste gonfie di pescato. Era la sera del 24 aprile 1671 e Vatel finì la sua vita a quarant’anni. (La cronaca riporta due versioni: la cena fu preparata secondo le indicazioni di Vatel ottenendo un grande successo e il suicidio si scoprì il mattino seguente; l’altra versione dice che il corpo fu trovato poco dopo il suicidio, fu seppellito il corpo in fretta e furia e di nascosto per non compromettere la cena).

Sconosciuto ai più Benoit Violier. I pochi che lo conoscevano, frequentavano il suo ristorante a Crissier, una località vicino a Losanna, avevano un portafoglio ben fornito per poter saldare un conto che si aggirava sui 350 euro,  dopo aver gustato i piatti firmati da questo che era considerato uno dei più valenti chef nel mondo. Si è tolto la vita ad appena 44 anni, dopo aver ottenuto tutto quello che si può ottenere in fatto di successo e di riconoscimenti nel campo della ristorazione. All’inizio si è parlato dello stress accumulato da Violier per tenere testa agli impegni e alla considerazione della critica e della clientela; poi, pian piano, si è scoperto che la causa potrebbe essere una truffa (avrebbe pagato del vino pregiato che non è mai arrivato nel suo ristorante, fatto che potrebbe provocare il fallimento dell’azienda). Se fosse questo il motivo, si tratterebbe pur sempre di stress; o di paura di veder crollare tutto il prestigio accumulato nel caso in cui l’azienda avesse fallito e quindi di non poter sopportare lo “sguardo” di colleghi, clienti, critici, amici, parenti. Il mondo della ristorazione è un mondo spietato, soprattutto ai livelli raggiunti dal nostro chef, che si regge sì sulla bravura e creatività dei cuochi, ma popolato da critici (che possono essere: severissimi, giusti, comprensivi, incompetenti, corrotti, invidiosi, accondiscendenti), concorrenti (che possono essere: spietati, collaborativi, nemici, impietosi), dalla clientela (per lo più manipolata dalla critica: vedi sopra); da fornitori (che possono essere: onesti, corrotti e corruttori, falsi, bugiardi, cooperanti), dal personale di cucina (che può essere: ben addestrato, partecipante, traditore, ambizioso). Ecco, Violier doveva tenere sotto controllo tutto ciò e in più avere capacità manageriali per poter conservare le “stelle” del prestigio e del successo. Che sia stato lo stress o una rovinosa truffa per Violier, la vergogna per Vattel, i due suicidi sono frutto d’un mondo spietato e crudele individuabile nei numericamente pochi privilegiati, tutti con i loro inarrivabili, per i più, status symbol.

Illustrazione: incisione di Edouard Zier raffigurante il suicidio di Vatel, XIX sec. (fonte: academieculinairedefrance.com)

Carnevale al minimo.

cosbrighellaIl Carnevale non esiste più. Ad un rappresentante della ultimissima generazione riesce difficile immaginare cosa abbia significato il Carnevale per le generazioni e per i tempi passati, completamente inglobato com’è in una cultura importata che fa dire a tutti “scherzetto-dolcetto”. Tutt’al più il Carnevale potrebbe significare frappe, o castagnole, o frittelle; ma il gusto del travestimento, del sovvertimento dei ruoli, del subbuglio e dei sollazzi tipici di questa festa, tutto ciò si è perso. Vedere poi quei poveri bambini vestiti da fatine o da zorro fatti sfilare (rigorosamente tenuti per mano dai genitori) per le vie della città e che lanciano coriandoli non si sa perché, non aiuta certo il nostro immaginario rappresentante della ultimissima generazione a capire il senso della festa. Riuscirà difficile capire anche Goethe nella sua descrizione del Carnevale romano quando scrive: “Non siamo in presenza d’una festa destinata ad abbagliare gli occhi degli spettatori, come le tante solennità chiesastiche romane; non c’è la visione stupefacente e impareggiabile dei fuochi d’artificio da Castel Sant’Angelo, e neppure quell’illuminazione della chiesa e della cupola di S. Pietro che attira ed entusiasma tanti forestieri d’ogni paese; non sfilano splendide processioni, al cui appressarsi il popolo deve pregare  e rimanere a bocca aperta; no, è piuttosto un semplice segnale che ognuno è libero di folleggiare e impazzire a volontà e che, all’infuori delle zuffe e delle coltellate, tutto è permesso. La distinzione fra potenti e umili sembra momentaneamente sospesa: tutti si confondono con tutti, ciascuno accetta a cuor leggero ciò che trova, e la reciproca impudenza e licenza trova un contrappeso nel buonumore generale.” Di questa festa rimangono solo i dolci tradizionali e non più le abbondanti imbandigioni del martedì grasso che preannunciavano i tempi di quaresima, di astinenza e di digiuno, composte — oltre che da dolci — da ricchi piatti di carne (fino a pochi decenni fa, nel Piceno era uso mangiare  quattordici differenti piatti). Tradizione, questa, rilevata ancora da Goethe quando scrive che “il popolo corre verso il richiamo d’una mensa che fino a mezzanotte  rigurgiterà di quella carne che sta per essere  proibita”.

Era anche la stagione dei veglioni e delle feste da ballo nelle scuole o nelle case private, veglioni che si tenevano nei vari teatri cittadini, con le famiglie che portavano ogni ben di dio cucinato nelle proprie case e che serviva per onorare, appunto, il “grasso” che di lì a poco e per quaranta giorni sarebbe stato vietato. Ma era anche una specie di gara tra  le madri di famiglia a chi aveva i dolci più buoni e per questo più richiesti tra i frequentatori dei veglioni. Insomma della festa ci  sono rimasti soltanto questi mangerecci testimoni che dovremmo conservare a lungo nei nostri usi e per tale ragione cerchiamo di riassumerli di seguito. Cominciamo col riportare le ricette di Raniero, un fornaio marchigiano purtroppo non più tra di noi, che ci ha lasciato le seguenti ricette.

cosbellepoqueChiacchiere e tortelli

Ingredienti: 2 uova; 2 cucchiaini d’olio; 2 cucchiaini di zucchero; 2 cucchiai di mistrà (ovviamente, essendo marchigiano, pensava esclusivamente al Mistrà Varnelli!); ½ bustina di lievito per dolci; la scorza di 1 limone grattugiata; farina q.b.

L’impasto deve risultare solido per le chiacchiere (va stesa quindi la sfoglia, tagliata a strisce e quindi fritte); e morbido per i tortelli ( versare nell’olio o strutto bollente fritti a cucchiaiate). L’albume va montato a neve e poi incorporato nel resto dell’impasto.

Frittelle di mele

Ingredienti: 4 uova (l’albume va montato a parte); 1 etto di zucchero; la scorza di un limone grattugiata; sale; 2 cucchiai di mistrà; 1 bicchiere di latte freddo; farina q.b. fino ad ottenere un impasto morbido, molle;1/2 cucchiaio di bicarbonato; 4 cucchiaini d’olio e, alla fine, una mela tagliata a fettine sottili: Friggere a cucchiaiate.

Le frappe, conosciute anche come chiacchiere, hanno impasto simile a quello consigliatoci da Raniero; tuttavia nella ricetta ci sono variazioni che contano al momento dell’assaggio:

Frappe

Per ogni uovo prendete un etto di farina e poi: 1 cucchiaio d’olio, 1 cucchiaio di mistrà, 1 cucchiaio raso di zucchero.  Impastate per bene e quindi stendete la sfoglia abbastanza sottile. Tagliate a strisce e friggete. Servitele zuccherate e, a chi piace, colorate con l’alchermes.

Scroccafusi

Ingredienti: 800 gr di farina; 5 uova; 150 gr di zucchero; 1 “uovo” d’olio; 1 bicchierino di mistrà; scorza grattugiata di un limone.

Impastate bene il tutto fino ad avere un composto che risulti leggero, con cui ricaverete delle pallottoline grandi quanto una noce. A questo punto dovete decidere se farli fritti o al forno. Per la prima soluzione immergete le pallottoline in acqua bollente e appena vengono in superficie, scolatele e sistematele su di un telo e coperte con un altro. Dopodiché si friggono ad olio bollente ma fuoco lento. Per la seconda soluzione, una volta tolti dall’acqua,  sistemateli su di un telo e asciugateli delicatamente; poi li sistemate su una lastra da forno unta di burro e infornate per circa mezz’ora ad una temperatura di 150°. Ancor caldi si cospargono di zucchero vanigliato e spruzzati di alchermes o rum.

coscapuncinCastagnole

Per 500 gr di farina, battere 4 uova intere e montarle con 4 cucchiai di zucchero; unite 4 cucchiai d’olio, mezzo bicchiere di latte, un goccio di rum, mezzo bicchierino di mistrà, un pizzico di vaniglia e scorza di limone grattugiata. Amalgamate bene tutti gli ingredienti dopodiché aggiungeteci una bustina di lievito per dolci. L’impasto deve risultare, come si dice, “al cucchiaio” e, appunto, a cucchiaiate (possibilmente con il cucchiaio da dessert) versatelo in olio bollente. Quando le castagnole saranno ben gonfie e dorate, scolatele su fogli di carta assorbente e spolverizzatele con zucchero (semolato o a velo, secondo i gusti).

Chi preferisce le castagnole al forno proceda nella seguente maniera: tenete l’impasto più solido e tagliatelo a pezzetti, formate dei bastoncini sulla cui superficie incidete una croce, quindi immergeteli in acqua bollente e appena venuti a galla, scolateli.  Sistemateli su di una teglia imburrata e passateli al forno.

Secondo una variante di questa ricetta, al posto del lievito usate il citrato che, oltre a far lievitare l’impasto, ha la funzione di respingere l’olio durante la frittura. Seguendo infine i gusti, potete condire le castagnole appena cotte  con il miele.

Essendo le castagnole una specialità romana, vi diamo la dose regolare (romana) che potrete aumentare a piacere:

Mescolate 150 gr di farina con un cucchiaio di zucchero, intridetela con un uovo intero, poi unite un cucchiaio d’olio di oliva, un cucchiaio di rum (o mistrà), la buccia grattata di mezzo limone e dopo averla ben lavorata aggiungeteci un bel pizzico di bicarbonato di soda. Lavorate ancora l’impasto e poi tirate dei bastoncini come fareste per gli gnocchi, tagliate a pezzettini di 2/3 cm e friggeteli. Ancora caldi spolverizza teli di zucchero.

Cicerchiata

Preparate una pasta con 500 gr di farina, 3 uova, mezzo bicchiere di mistrà e 100 gr di burro a temperatura ambiente. Lavorate tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto morbido con il quale formerete dei rotolini sottili. Tagliateli a pezzettini grossi quanto un cece e friggeteli pochi per volta. A mano a mano che le palline diventano color oro, scolatele e mettetele ad asciugare su carta assorbente. A parte in recipiente abbastanza capace, fate sciogliere 150 gr di zucchero e 200 gr di miele a cui aggiungete due cucchiai rasi di cacao amaro, la buccia grattugiata di un limone e quella di un’arancia tritata finissima (c’è chi aggiunge anche delle noci o mandorle tritate). Quando lo zucchero è ben sciolto nel miele, uniteci le palline fritte e mescolate ben bene fin quando il condimento non abbia legato completamente il composto. A questo punto ungete d’olio un piatto di portata, rovesciateci sopra il dolce ancora caldo e aggiusta telo a forma di ciambella o di cupola.

Arancini

Impastate 600 gr di farina, 2 uova, ¼ di litro di latte, 50 gr di burro a temperatura ambiente e 30 gr di lievito di birra. Lavorate la pasta e tirate una sfoglia erta mezzo dito; sulla superficie della sfoglia spargete 250 gr di zucchero e la buccia grattugiata di 2 arance e di mezzo limone. Arrotolate a salame la sfoglia e questa tagliata a fettine che vanno fritte. Appena pronte si spolverizzano di zucchero.

 Fata-Turchina-costume

Come per il Natale e per la Pasqua, anche il Carnevale aveva le sue ricette regionali, con la costante della friggitura, che rende tutto più goloso e che a suo modo valeva come ultimo peccato (di gola) prima della castigata Quaresima.

Le due ricette seguenti vengono dal Veneto, la prima, e dal Molise, la seconda.

Frittole

Ingredienti: 20 gr di lievito; 280 gr di farina, 4 tuorli, 50 gr di zucchero, 20 gr di burro, ¼ di litro di latte, la scorza di un limone, 20 gr di pinoli, 30 gr di uvetta, 2 cucchiai di rum

In una ciotola sciogliete il lievito con un pugnetto di farina, zucchero  e latte e lasciate crescere in luogo caldo. In un altro recipiente mettete la farina, il burro a temperatura ambiente, le uova, lo zucchero, la grattatura della scorza di limone, un pizzico di sale, il latte e infine il lievito cresciuto. Lavorate senza stancarvi (almeno mezz’ora) dopodiché unite l’uvetta , i pinoli e il rum. Friggete a cucchiaiate in olio bollente e scuotendo la padella in senso rotatorio affinché le frittole si gonfino ben bene. Scolatele e mettetele su carta assorbente e spolverizzatele di zucchero a velo.

Caràgnole

Ingredienti: 1 kg di farina; 300 gr di zucchero; 100 gr di strutto; 10 uova (8 tuorli e due intere); un bicchierino di mistrà; 1 limone.

Sulla spianatoia fate la fontana di farina nel cui centro battete le uova con lo zucchero la grattatura della scorza di limone, lo strutto a temperatura ambiente, il mistrà. Lavorate bene il tutto fino ad ottenere un panetto ben liscio. Questo tagliatelo a pezzi e sulla spianatoia infarinata, lavorateli uno alla volta fino ad ottenere dei rotolini di un centimetro di diametro e di circa quaranta centimetri di lunghezza. Prendete il fuso (lo strumento simile al ferro da calza, ma più grosso), infarinatelo e avvolgetevi i rotolini di pasta uno alla volta a spirale per circa dieci centimetri, quindi circondate delicatamente con il restante rotolino il fuso nel senso della lunghezza dall’una e dall’altra parte. Sfilate il fuso, unite le due estremità formando una ciambellina e friggete. Servitele spolverizzandole di zucchero.

Le illustrazioni sono tratte dal sito: tonnellatedigiocattoli.it