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La decima musa (con millefoglie).

800px-Juana_Inés_de_la_Cruz margarinaLa Decima Musa, così viene chiamata Juana Inès de la Cruz, la più importante scrittrice e poetessa latino-americana vissuta nel Seicento. Nacque nel 1648 (o 1651) figlia illegittima di un nobile basco. Fin da bambina va a vivere con il nonno, un possidente con una ben avviata azienda agricola, e lì comincia a sfogliare i libri della nutrita biblioteca di casa tanto che a tre anni impara a leggere e scrivere e a sette compone un inno sulla comunione. Dal nonno passa a vivere presso una zia a Città del Messico e qui perfeziona la sua educazione. In poco tempo impara e parla quattro lingue, studia matematica, filosofia e teologia. Con la sua immensa cultura, diventa presto celebre, ragion per cui viene invitata a corte del Vicerè diventando dama d’onore di sua moglie, Leonor Carreto. Nel 1667 abbandona improvvisamente la corte ed entra in convento per pronunciare i voti nell’ordine di San Gerolamo. Muore di peste nel 1695.

Le sue poesie sono raccolte in tre volumi dal titolo Inundacion castalida de la poetisa, musa decima; per il teatro ricordiamo Los empeños de una casa e Amor es màs leberinto, considerate tra le migliori opere del XVII secolo; mentre per la prosa è famosa la Respuesta a la muy ilustre Sor Filotea de la Cruz, opera nella quale la poetessa-suora, risponde alle critiche del vescovo Vieyra che l’accusava di dedicarsi troppo allo studio della filosofia e delle lettere a scapito delle Sacre Scritture. Il suo spirito libero è concentrato in Redondillas nel quale difese i diritti delle donne e Hombres cecìo dove criticava la società sessista del tempo. Poco prima di morire scrive Yo, la Peor de Todas, dedicata alle sue consorelle. Ma esiste un’opera attribuita alla “Fenice del Messico” (oltre Decima Musa, così veniva definita) che interessa molto questa nostra testata: Il libro di cucina.  Nel 1979 si pubblicò il breve testo che si basava su un manoscritto con diverse ricette che molto probabilmente la nostra suora scelse e copiò da un libro di cucina ad uso del convento di San Gerolamo. Questo manoscritto lo si attribuisce a Ines de la Cruz per il fatto che all’inizio vi è una sua poesia e alla fine un autografo; ma analisi e indagini rivelano che il manoscritto risale al XVIII secolo ed essendo la poetessa morta nel 1695, risulta impossibile che sia stato vergato dalla stessa. Però, dicono molti studiosi, nulla impedisce che il manoscritto originale di de la Cruz sia stato copiato più volte e l’originale disperso; come anche è possibile che sia venuta – lei così auto isolata e completamente assorbita negli studi – in contatto con il “mondo della cucina”. C’è un passo nella sua Respuesta a Sor Filotea che rafforza l’ipotesi che non si sia del tutto estraniata e che abbia avuto contatti con la cucina:

“E che cosa non potrei raccontarvi, Signora, dei segreti naturali che ho scoperto mentre cucinavo? Vedo che un uovo si rapprende  e frigge nel burro o nell’olio e, al contrario, si spezza nello sciroppo; vedo che, affinché lo zucchero si conservi fluido, basta aggiungervi una piccolissima parte d’acqua in cui sia stata messa una cotogna o un altro frutto aspro; vedo che il tuorlo e l’albume di uno stesso uovo sono così contrari, che per lo zucchero possono venire usati separatamente ma mai insieme. Non voglio comunque stancarvi con tali inezie, che riferisco soltanto per darvi intera notizia della mia natura e, credo, vi faranno sorridere; ma, Signora, che cosa possiamo mai sapere noi donne se non filosofie da cucina? Aveva ragione Lupercio Leonardo, secondo cui si può benissimo filosofare e preparar la cena. E io dico spesso pensando a tali bagatelle: Se Aristotile avesse cucinato, avrebbe scritto molto di più.”

Il ricettario è disponibile in traduzione italiana all’interno di un volume, pubblicato da Sellerio, a firma del grande ispanista e traduttore Angelo Morino, scomparso nel 2007, e va ben oltre la semplice traduzione delle ricette, costituendo un ritratto della scrittrice e un’introduzione alla sua straordinaria figura. In tutto sono 35 preparazioni che, diciamolo subito, appartengono ad una cultura cucinaria molto lontana dalla nostra, ma che sono una tessera in più per comprendere e appassionarsi al complesso mosaico letterario della suora. A noi non dicono granché (parlando sempre dal punto di vista culinario), ma un aspetto lo svelano e che ci farà da introduzione per una prossima presentazione di un libro molto importante per l’Italia (La cucina dei monasteri): la passione, in tutti i conventi del mondo, delle suore cuciniere verso i dolci. La maggior parte delle 35 ricette de “Il libro di cucina” sono di dolci; alcune sono dei semplici appunti come per i seguenti dolci

800px-Juana_Inés_de_la_Cruz millefoglieSgonfiotti alla ricotta

Una libbra di farina, mezza di ricotta, 6 tuorli d’uovo, un panetto di burro. Si impasta, si taglia, si frigge.

Crespelle

Per ogni libbra di zucchero, quattro tuorli, un po’ di sciroppo, sale e acqua. Si impasta bene il tutto e lo si tira col mattarello fin quando è ben sottile. Poi si taglia.

Dolce alla panna

In parti uguali, panna e uova i cui tuorli siano stati sbattuti con l’aggiunta di zucchero a piacere, sale e cannella pestata. Si imburra una casseruola e vi si versa il composto sbattuto, per poi metterlo sul fuoco finché non si sia asciugato.

 

Altre ricette, invece, sono più dettagliate, come le seguenti:

Sgonfiotti di vento

Si mette a bollire una casseruola con acqua all’anice e burro. Mentre il tutto bolle, si versa a pioggia la farina e si mescola per evitare che si raggrumi. Allorché si sarà formata come una palla, la si toglie dalla casseruola, la si mette da parte e la si lascia raffreddare. Poi, per ogni libbra di farina, si aggiungono 9 uova intere. Si lavora bene il tutto con le mani, finché la pasta non diventa spessa. Si aggiunge un po’ di burro sciolto e, con un cucchiaio d’argento, si butta il composto nel burro bollente. Intanto, si ravviva il fuoco affinché gli sgonfiotti vengano belli dorati.

Millefoglie

Una libbra di farina, tre once di burro, un uovo, un pizzico di sale e un po’ d’acqua fredda. Dopo aver messo da parte due pugni di farina, si impasta il tutto e, quando l’impasto è bello morbido, lo si ripone in un posto fresco. Quindi, si controllerà se la pasta è diventata bella tenera. Se non lo è, si aggiunga burro e pochissima acqua, tutto freddo. Si tira la pasta col mattarello fino quando non è alta tre soldi. Si aggiungono pezzetti di burro molto fitti, della grandezza di un ditale.

 

Illustrazioni: Pupi Zirri, Juana con ricciolo di burro e con millefoglie. (fonte: Autore Ignoto, Juana Inez de la Cruz a 15 anni, XVII sec, Wikipedia)

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