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Dalla cucina al salotto (e ritorno).

dalla cucina al salotto 4Lidia Morelli (1871-1946) studiò linguistica e letteratura nella sua Torino. Diventata giornalista, scrisse per il quotidiano La Stampa. Nel 1895 vinse un concorso per l’insegnamento nelle scuole. Poi, con lo pseudonimo di Donna Clara, divenne famosa per la pubblicazione di diversi libri, tutti imperniati sul ruolo della donna nella società italiana in via di modernizzazione; una donna relegata in casa (una casa borghese, of course) e impegnata a far coincidere gli spazi domestici con altrettanti ambiti sistematici in cui morale, igiene, buon gusto, senso pratico e doveri sociali fanno tutt’uno: in pratica, le ragioni di quella scienza che si chiamò economia domestica, e che con l’andare del tempo interesserà anche gli strati ultimi della popolazione. I titoli sono più che eloquenti, ne citiamo soltanto alcuni tra i più rappresentativi:

Far molto con poco. L’arte di creare buoni piatti con residui di cucina (1909); La cuoca medichessa (1913); Nel paese della trina (1914); Lavori per i nostri soldati (1918); Come devo comportarmi? Libro per tutti (1929); Come sistemare e governare la mia casa (1932 con illustrazioni di Ennio Morelli, fratello di Lidia); Mani alacri (1933); Le vie del buon gusto (1935); Nuovo ricettario domestico: enciclopedia moderna per la casa (1935); Le massaie e l’autarchia (1937); Per voi massaie d’Italia (1938); Per lui che viene (con la collaborazione di Nello Palmieri e Maria Meschini Tursini, 1940); La vita sobria (1941); Casa nostra: trattato di economia domestica (con la collaborazione di Erminia Macerati, 1942).

Ma soprattutto Dalla Cucina al Salotto, edito nel 1905. Si tratta di un testo importante poiché uno dei primi trattati di cucina ad essere scritto da una donna. Bisogna pensare che i testi di gastronomia erano redatti da uomini specificamente per dimore nobili e ricche, le cui cucine erano affollate da personale maschile con a capo rigorosamente il cuoco. La donna, in queste cucine e in quelle della ristorazione, entrerà molto tardi: a Bologna, nel 1850, le cuoche (o meglio: le cuciniere) erano il 2% degli addetti a cibi e bevande; nel 1857, il 10%, e nel 1899 il 48%. Il primo manuale di cucina scritto da una donna arriverà nel 1900, intitolato Come posso mangiar bene? di Giulia Ferraris Tamburini e rivolto esclusivamente al mondo femminile borghese. E poi, nel 1905, la nostra Donna Clara.

la sala da pranzo gaiaLeggendo questa enciclopedia domestica, entriamo nella vita quotidiana di una casa borghese o nobile, nella quale la padrona di casa doveva anche saper preparare un pranzo semplice, organizzare la casa, avere la competenza per sorvegliare la servitù, ricevere gli ospiti, arredare, impedire frodi nelle spese da parte degli inservienti, tenere il bilancio domestico e via di seguito. Su un totale di 711 pagine, 212 sono dedicate alla cucina con relativo codice di comportamento a tavola; il resto riguarda il vasto mondo dell’economia domestica, da come si stira, a come si organizza un armadio, da come ci si lava a come ci si veste, da come si organizza il tè per le cinque a come si prepara un veglione, dai modi empirici di curarsi a come si fa la guerra ai topi. Parla anche di economia poiché l’edizione che presentiamo è quella, riveduta e ampliata, del 1925, con tutti i problemi e conseguenze che la Grande Guerra aveva comportato. Ebbene, nell’introduzione alle ricette, Donna Clara si rivolge alle sue lettrici affermando quanto segue:

“Più che delle ricette complicate o sanzionate dall’uso, vorrei suggerirvi la possibilità di mettere un po’ d’imprevisto nelle minute abituali, di rimediare con una buona aggiunta ad un pranzetto che avrà un commensale inatteso, di sistemare i vostri pasti quotidiani secondo i gusti dei vostri familiari, secondo le stagioni, o il luogo dove vi trovate, secondo l’opportunità e, naturalmente, secondo l’economia. Economia…di che lacrime grondi! Il dopoguerra, fra le mille sue calamità, ne conta una che non è la minore: quella di rendere abituale, quotidiano, monotono, fatale, il discorso del caroviveri a tavola. Il sapere dalla massaia il prezzo preciso ed enorme di ogni boccone che inghiotti, ve lo fa restare a metà. (…) Verrebbe voglia di respingere il piatto, di implorare pan solo, pan solo, pur di non doversi nutrire di pollo, di crema e di rimorsi.

Abbiate dunque il non facile eroismo di sopprimere il malinconico discorso, e l’abilità di ammannire un pasto nutritivo e soddisfacente, pur non includendovi quelle primizie o quelle sostanze costose che fanno salire la spesa fino al pentimento.

Se non temessi d’essere irriverente, muterei così il monito leopardiano:

Donne, da voi non poco

la tavola aspetta.”

dalla cucina al salotto 3Sembra parli dell’oggi, in una prosa che, solo formalmente databile al passato, riveste una sostanza non mutata: la tristezza insopportabile quanto ingiusta delle privazioni in cucina,  che non scompare certo con la maggiore disponibilità di prodotti scadenti a buon mercato, destinati a sfamare le vittime della crisi. Oggi come allora, chi ha i soldi mangia bene e chi non ce li ha deve industriarsi per non mangiare male.

Le opere di Lidia Morelli alias Donna Clara, sono state aggiornate e ristampate molte volte nel corso della sua lunga carriera; mentre nell’attività di giornalista non si è limitata a La Stampa, bensì ha collaborato anche per la rivista La Casa Bella (diventata poi Casabella) e Petit Point; ha inoltre, con Elisa Ricci, redatto la sezione del ricamo per l’Enciclopedia Italiana Treccani. La sua opera più importante, Dalla Cucina al Salotto, è stata stampata la prima volta nel 1905, poi in una nuova edizione nel 1925 e, infine, nel 1935, edita dalla S. Lattes & C. Editori.

Come si è detto, l’atmosfera è quella borghese in cui c’era un codice per ogni occasione e una varietà di portate che oggi si è molto impoverita, ridotta spesso alla sola distinzione tra primi e secondi piatti, se non addirittura il piatto unico internazionale e indeterminato: pasta & altro, cous cous & altro, riso & altro. Ecco perciò alcune ricette che sicuramente incontrano, magari con degli aggiustamenti, il gusto attuale.

Pot-au-feu

È il piatto familiare classico, che non si serve quando si hanno degli invitati, ma è la base della buona, sana, semplice cucina borghese. In un recipiente di terra o di ghisa vien messo a cuocere lentamente (occorrono sei ore e la marmitta norvegese serve benissimo) un bel pezzo di bue debitamente legato per mantenerlo compatto. Gli si accompagnano spesso, per render più gustoso il brodo, un pezzo di petto di montone o un pezzo di maiale; poi: carote, rape, cipolle, patate, porri, un mazzetto di erbe aromatiche e tre chiodi di garofano ficcati in una cipolla. A cottura avvenuta si versa il brodo su fettine di pane arrostito. Si servono a parte i legumi, e la carne a cui si può accompagnare della senapa, della mostarda di Cremona o una salsa piccante. Tutto un desinare!

Nella ricetta sopra riportata, si fa riferimento alla marmitta norvegese. È un procedimento di cottura ritornato ultimamente di gran moda, grazie ai movimenti ecologisti. In pratica consiste nel portare ad ebollizione il liquido in un recipiente (meglio se di terra), aggiungere la carne (o legumi come ceci, fave e fagioli secchi), togliere dal fuoco e sistemare la marmitta in una scatola perfettamente isolata termicamente (per questa operazione basta avvolgere la marmitta con tessuti di lana, riempiendo completamente tutti gli spazi della scatola). Si tratta di un metodo antichissimo di cottura che porta ad un risparmio considerevole di energia.

dalla cucina al salotto 2

Sformato di carne

È un buon modo di utilizzare dei resti di arrosto o di stufato che mal figurerebbero ancora in tavola.

Si taglia la carne a dadi , mescolando a questi alcuni pezzetti di salame crudo. Si fa una bechamel con un pezzo di burro quanto un uovo, una cucchiaiata di farina e mezzo litro di latte. Si mescolano alla bechamel la carne e il salame, un po’ di burro, del formaggio grattugiato, dei pezzi di fungo (secchi o freschi, precedentemente cotti e conditi) e un bicchierino di marsala. S’imburra leggermente una forma di porcellana pirofila, vi si versa il composto, e si mette in forno il tempo necessario per riscaldare tutte queste cose già cotte.

Caviale falso

Tritare un’aringa a cui si sian tolte spine e squame, con un pezzettino di lardo, una cipolla e un ovo sodo. Mescolare con due cucchiaiate d’olio. Si fanno abbrustolire delle fette di pane, si imburrano, e vi si stende sopra il falso caviale.

Pane di zucchini

Grammi 600 di zucchini; grammi 40 di cacio grattugiato; 4 ova; grammi 60 di farina; 4 decilitri di latte.

Lessare gli zucchini e passarli al setaccio. Fare una bechamel con la farina rosolata nel burro e diluita nel latte. Agli zucchini passati aggiungere la bechamel, il formaggio grattugiato, i quattro rossi d’ovo, e per ultimo le chiare montate a neve. Far cuocere in una forma imburrata a bagno maria.

Si può allo stesso modo fare un “pane” di zucca o di patate.

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Babà casalingo

Occorrono: 150 grammi di pane grattato e passato al setaccio; zucchero 120 grammi; 4 ova, scorza di arancio e cedro candito sminuzzato; uva secca.

Si sbattono ben bene i tuorli con lo zucchero. Si mescola con essi il pan grattato, l’uva, le scorze candite, e per ultimo le chiare sbattute a neve. S’imburra uno stampo e vi si passa un po’ di pan grattato, vi si versa il composto, e si fa cuocere in forno. Lo si rovescia su un piatto, e lo si imbeve di rhum, alquanto prima di servirlo. Se però si vuole renderlo umido senza che abbia ad essere eccessivamente alcoolico, si prepara, per bagnarlo, un grosso bicchiere a metà di acqua zuccherata e a metà di buon rhum.

Donna Clara (Lidia Morelli), Dalla cucina al salotto, enciclopedia della vita domestica, S. Lattes & C. Editori, 1925

Le illustrazioni sono tratte dallo stesso volume.

Si ringrazia Primarosa Cesarini Sforza.

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Published in libri ricette

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