Archivio mensile:gennaio 2015

Gennaio: l’uovo è adesso. (2)

Le uova strapazzate possono diventare un piatto gustosissimo a patto che si osservino tutte le regole. Per prepararle è indispensabile una casseruola dal fondo spesso, quella che i francesi chiamano sauteuse. Ancora una volta, la norma della preparazione la stabilisce l’Escoffier come segue:

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Uova strapazzate

Proporzioni: fondere senza riscaldare 60 grammi di burro nella casseruola; aggiungere da 6 a 8 uova freschissime, battute, sale e pepe; cuocere le uova a fuoco moderato girando continuamente con un cucchiaio di legno e spingendo sul fondo della casseruola fino al momento in cui le uova cominciano a rapprendersi. Incorporarvi allora 50 grammi di burro fresco, senza cessare di mescolare con il cucchiaio.

Alle uova strapazzate si possono poi aggiungere una gran quantità di elementi quali punte d’asparagi, tartufi bianchi e neri, formaggio, pomodoro, funghi, carciofi, rognoni di vitello o di agnello, code di gamberi e via elencando.

Le uova conoscono soluzioni che neanche la vasta scienza di Escoffier (e la sua ansia di regole) riesce a contenere. Una varietà riscontrabile non solo nell’alta cucina, ma anzi soprattutto in quella popolare e nell’improvvisazione del quotidiano, spesso divenendo una risorsa per le tasche più vuote ma molto fantasiose. E non c’è prova migliore dell’uovo sodo, le cui trasformazioni e varietà di condimento sono innumerevoli.

Nel libro di Cucina vegetariana del duca Enrico di Salaparuta troviamo invitanti ricette di uova sode, dove la farcitura non è il semplice mescolare, e le preparazioni con semplici ingredienti sono tanto accurate e distinte, da dare un’idea di quanto sia esteso il genere: farcitura dell’uovo sodo. Il Duca rileva che le uova hanno un posto d’onore sulla tavola di chi, avendo rinunciato alla carne, si adopera a proporle in modi che sempre stuzzicano la fantasia e l’appetito. Eccone alcuni esempi:

Uova all’imperatrice

Bollite sode le uova, sbucciatele e tagliatele a metà togliendovi i tuorli. Fate un pesto con una cipolla, uno spicchio d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, uno di menta, sale e pepe bagnando con aceto. Mescolate con i rossi d’uovo e passate al setaccio. Riempite tutti i bianchi e ricopriteli con una buona majonese seminandovi sopra capperini e cetriolini all’aceto tagliuzzati. Contornate con insalata o con patate bollite.

uovo copy gialloUova salviate

Fate un pesto con grammi 50 di capperini, 3 foglie di salvia, 8 spicchi d’aglio bolliti per 10 minuti e 65 grammi di midolla di pane inzuppata in aceto o sugo di limone condendo con sale e pepe. Passate allo staccio. Mettete questa salsa nel fondo del piatto e disponetevi su a gusto 8 uova dure tagliate a piacere e spolverate sopra salvia e altre erbette.

Uova alla marinara o in salsa verde

Pestate della menta e del prezzemolo con un pezzo di midolla di pane in aceto o limone, e passatela allo staccio condendo con olio, sale e pepe. Cuocete le uova dure, sbucciatele, tagliatele  a metà e togliete i tuorli senza rompere il bianco. Schiacciateli ed impastateli con parte della suddetta salsa aggiungendo pepe e sale, e se vi piace, un pochino di aglietto triturato finissimo. Riempite i mezzi uovi, disponeteli in piatto, e versatevi sopra il rimanente della salsa.

Uova alla monacale

Fate bollire 6 uova, e quando saranno dure, sbucciatele e tagliatele a metà. Toglietene i tuorli ed impastateli con ugual peso di ricotta, 150 grammi di parmigiano grattugiato, 8 noci peste, sale, pepe e prezzemolo tritato. Riempite i mezzi uovi, infarinateli, passateli ad uovo indi a pane grattugiato e friggeteli.

Le uova sode che finiscono farcite e fritte, in questo piatto che di monacale ha solo il nome, riscattano così il proverbiale non sapore dell’uovo lesso. E l’uovo sodo fritto è un elemento che potrebbe comparire in un bel fritto misto di verdure, per carnevale che si avvicina.

Infine, sempre il Duca, ci regala una ricetta che sembra uscita dalla nouvelle cuisine più meticolosa nell’applicare la fantasia:

uovocopyrossoUova all’erbette

Mettete in una casseruola del prezzemolo e cipolla tritata, sale, pepe, mezzo bicchiere di vino bianco, mezzo cucchiaio di burro spolverato di farina e fate bollire per un quarto d’ora con erbette tritate. Quando la salsa è legata bene, mettete in un piatto delle uova insaccate*, versate la salsa sopra e spolverate con pane grattugiato e tostato in padella con burro.

Uova insaccate

Mettete sul fuoco una casseruola piena a tre quarti d’acqua, due cucchiai di aceto (con l’ebollizione l’acido acetico si volatilizza) e un po’ di sale; quando l’acqua è in ebollizione, vi si rompono l’uova a poco per volta. Quando cotte al punto voluto, si levano con la schiumarola per arrangiarle in piatto salsite con qualunque salsa calda.

Il Duca non lo scrive, ma c’è un modo alternativo di preparare le uova insaccate che viene dalla tradizione popolare e le rende uova ubriacate.

Uova spiritose

Fate cuocere le uova affogate nel vino rosso anziché nell’acqua. Ritiratele con una cucchiaia bucherellata e adagiatele su crostini di pane. Continuate a far bollire il vino rosso aggiungendovi sale, pepe e noce moscata finché sia ridotto della metà. Legatelo con della farina (o fecola di patate), aggiungete una noce di burro e mescolate per ottenere una discreta consistenza. Con questa salsa ricoprite le uova.

 

Illustrazioni: Pupi Zirri, 2015.

È arrivato SuperCoffee!

super1024px-Roasted_coffee_beans2Nel paese dove ogni settimana ne inventano una nuova in fatto di cibo, ossia gli Stati Uniti, è la volta del Bulletproof coffee, che letteralmente sta per ‘caffè a prova di proiettile’. Si tratta di una bevanda a base di caffè con aggiunta di grassi e burro, che in questi ultimi tempi sta spopolando tra i consumatori americani. Ad idearla, un imprenditore di nome Asprey, il quale, dopo un viaggio in Tibet e dopo aver assaggiato e gustato il tè con burro di yak, ha pensato di farne una bevanda a uso “occidentale”, e quindi ha messo a punto una confezione con il necessario per preparare il caffè antiproiettile, a cominciare dalla confezione di chicchi di caffè da macinare al momento, per ottenere una buona tazza di bevanda, a cui si aggiungeranno un cucchiaio d’olio a base di grassi altamente digeribili e un cucchiaio di burro chiarificato; si miscela per bene (anche con il frullatore) e quindi si beve il bibitone di 450 calorie. Gli appassionati di questo caffè dicono che abbia un aroma estremamente piacevole e un gusto avvolgente. La confezione costa 31 euro con dentro 340 grammi di grani di caffè selezionati e 480 ml di brain octane, ossia gli oli digeribili e che assicurano la carica mentale. Ma ci sono anche altri motivi alla base del successo di questo caffè. Oltre a tenere svegli e attenti, il bulletproof dà una potente carica fisica e in più, dicono, annulla la fame, e quindi fa mangiare di meno e quindi fa dimagrire e quindi, infine e ovviamente, tutta Hollywood ne va pazza.

Sarà vero oppure no? Per il momento è di gran moda e, come ben sappiamo dall’esperienza, all’inizio l’avanzare della moda è inarrestabile e non si sentono ragioni, né argomenti contrari anche se vengono da fonti qualificate come, per questo caso, da Joan S. Blake, nutrizionista della Boston University, che avverte: “Non mi sembra la colazione dei campioni. E a fornire energia al cervello non sono i grassi ma i carboidrati. Se poi aiuta a controllare il peso, è tutto da dimostrare”.

Gennaio: l’uovo è adesso. (1)

Ecco gennaio!, è una vecchia esclamazione che si usava quando si incontrava, non importa in quale mese, una persona freddolosa e tutta intabarrata. E questo nevoso principio di anno comincia bene, se stiamo al vecchio modo di dire che il freddo di gennaio empie il granaio. Si potrebbe pensare a una massima morale, come a dire che la sofferenza di oggi, darà i suoi frutti domani. Ma è semplicemente il fatto che solo le basse temperature prolungate sono in grado di uccidere gli insetti e le larve nocive al raccolto. Bisogna far piazza pulita delle varie mosche. E la natura abbia il suo ritmo, funzionale ai granai e ai raccolti. Da cui la filastrocca che ha per tema il lavoro dei campi:

483px-Anatomy_of_an_egg_c-mbIl gran freddo di gennaio

Il maltempo di febbraio

Il vento di marzo

Le dolci acque d’aprile

Le guazze di maggio

Il buon mietere di giugno

Il buon battere di luglio

E le tre acque d’agosto

Con la buona stagione

Valgon più che il trono di Salomone

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Gennaio è anche il mese della Befana, un’altra notte magica (come quella di Natale e San Giovanni) nella quale si credeva, in Romagna e in Toscana, che gli animali parlassero tra loro. In Toscana circolano anche le parole che i buoi si scambiano nella stalla:

— Biancone!

— Nerone!

— Te l’ha data ricca cena il tuo padrone?

— No, non me l’ha data

— Tiragli una cornata!

Gennaio è detto ovaio, perché per l’anno nuovo / tutte le galline fanno l’uovo. E con l’uovo si apre tutto un mondo cucinario estremamente vario, ricco, gustoso e tutto da riscoprire.

Innanzitutto, una domanda solo apparentemente sciocca: chi sa la differenza tra uova al piatto e quelle in padella? La risposta nelle due ricette così come le ha codificate il celebre Escoffier:

uovo1Uova al piatto

Proporzioni: 2  uova. Far scaldare nell’apposito tegamino, preferibilmente smaltato, 2 cucchiaini di burro fresco; farvi scivolare delicatamente le uova, pungere e sollevare leggermente il bianco con la punta della forchetta per facilitarne la cottura ed evitare che l’uovo si attacchi. Salare dopo la cottura.

Uova in padella

Proporzioni: 2 uova. Scaldare nella padella 2 cucchiaini di burro fresco; appena il burro comincia a scurirsi, farvi scivolare le uova; pungere e sollevare leggermente il bianco con la punta della forchetta. Salare dopo la cottura.

Vi sembrano uguali, le due ricette? Ma è che quando si cucina qualcosa di così elementare, il grande maestro scorge un abisso dove noialtri non ci accorgiamo di nulla. Dichiarava ad esempio che in “America e in Inghilterra, l’uovo fritto alla Francese è poco conosciuto”, e con tipica altezzosità insisteva: “quelle che essi chiamano uova fritte sono semplicemente uova in padella”. Le sue uova fritte, unicamente degne di questo nome, eccole qui di seguito:

 

Uova fritte alla francese

Scaldare un decilitro di olio in una padellina. Rompere un uovo in un piatto, salarlo e farlo scivolare nell’olio fumante. Inclinare la padella da un lato e con il cucchiaio riportare rapidamente sul giallo le parti di bianco che, solidificandosi al contatto dell’olio bollente, devono racchiudere l’uovo completamente. Far sgocciolare l’uovo su una salvietta e continuare l’operazione.

Nota – Non si può friggere che un uovo alla volta.

Dalle fritte alle bollite e sempre dal codice di Escoffier, riportiamo le due principali preparazioni che assomigliano alle nostre Uova in camicia, cotte senza guscio o con il guscio:

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Uova affogate

tenere pronta in un recipiente acqua bollente salata con 10 grammi di sale, acidulata con un cucchiaino di aceto  per ogni litro. Rompere le uova nell’acqua, nel punto in cui si produce il bollore. Lasciarle cuocere per due o tre minuti senza che bollano; scolarle con una cucchiaia bucherellata, immergetele per un attimo in acqua fredda; eliminare eventuali sbavature e tenere in acqua tiepida salata o brodo.

Uova bazzotte

Tuffare le uova nell’acqua bollente; cuocerle 6 minuti. Rinfrescarle, sgusciarle e tenerle in caldo nell’acqua tiepida salata.

Le uova sode, somiglianti alle bazzotte, sono un’altra cosa (diciamo che sono più dure): in generale per questa cottura non prestiamo attenzione e ciascuno le prepara come gli va, mentre la regola vuole che le uova devono essere immerse nell’acqua in continua ebollizione e non, come in uso in larga parte delle case, messe in acqua fredda e poi al fuoco, per 7/8 minuti a seconda della grossezza. Appena cotto, l’uovo va immerso in acqua fredda.

Ma non finisce mica qui con l’uovo bollito. Esistono infatti le uova in cocotte, “una preparazione particolare delle uova affogate”, dice Escoffier. Il classico uovo in cocotte è alla panna e si fa nella seguente maniera:

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Uova in cocotte alla panna

Riscaldare le cocotte, mettere in ciascuna una noce di burro e un uovo freschissimo, un pizzico di sale e un cucchiaio di panna liquida bollente. Cuocere a bagnomaria, con il tegame coperto, in modo che il vapore prodotto dall’acqua cuocia la superficie esterna delle uova e la renda trasparente come uno specchio.

 

Infine, sulle uova à la coque (o al guscio) c’è poco da dire, se non che bisogna fare attenzione ai tempi di cottura. Ovviamente l’uovo deve essere freschissimo, il tempo di cottura in acqua bollente varia a seconda del gusto e comunque non deve essere al di sotto di 1 minuto e al di sopra di 4 minuti.

Tra le numerose ricette di uova affogate proposte dal Nostro, ve ne è una intitolata

Uova affogate alla Fiorentina

Proporzioni: da 6 a 8 uova freschissime,  250 grammi di spinaci molto teneri.

Affogare le uova. Cuocere gli spinaci in molta acqua salata, sgocciolarli e strizzarli, tagliarli grossolanamente e saltarli nel burro per estrarne l’umidità. Disporre gli spinaci in una pirofila, eguagliarne la superficie. Mettere le uova sugli spinaci, ricoprirle con salsa besciamella alla panna, spruzzarle di formaggio grattugiato e burro fuso. Far gratinare leggermente.

Questa ricetta ricorda moltissimo le nostrane Uova al prato, semplicissime e sicuramente più leggere:

Uova al prato

Mettere gli spinaci in pentola con sale, poco olio e niente acqua. Appena cotti, si scolano e si spandono su una teglia. Sugli spinaci si rompono le uova che vanno distanziate l’una dall’altra, si salano e si condiscono con poco olio e si cuociono al forno. Le varianti possono essere: al posto dell’olio, il burro e una generosa spolverata di parmigiano grattugiato sulle uova.

(fine prima parte)

Illustrazioni: Pupi Zirri 2015

Dalla cucina al salotto (e ritorno).

dalla cucina al salotto 4Lidia Morelli (1871-1946) studiò linguistica e letteratura nella sua Torino. Diventata giornalista, scrisse per il quotidiano La Stampa. Nel 1895 vinse un concorso per l’insegnamento nelle scuole. Poi, con lo pseudonimo di Donna Clara, divenne famosa per la pubblicazione di diversi libri, tutti imperniati sul ruolo della donna nella società italiana in via di modernizzazione; una donna relegata in casa (una casa borghese, of course) e impegnata a far coincidere gli spazi domestici con altrettanti ambiti sistematici in cui morale, igiene, buon gusto, senso pratico e doveri sociali fanno tutt’uno: in pratica, le ragioni di quella scienza che si chiamò economia domestica, e che con l’andare del tempo interesserà anche gli strati ultimi della popolazione. I titoli sono più che eloquenti, ne citiamo soltanto alcuni tra i più rappresentativi:

Far molto con poco. L’arte di creare buoni piatti con residui di cucina (1909); La cuoca medichessa (1913); Nel paese della trina (1914); Lavori per i nostri soldati (1918); Come devo comportarmi? Libro per tutti (1929); Come sistemare e governare la mia casa (1932 con illustrazioni di Ennio Morelli, fratello di Lidia); Mani alacri (1933); Le vie del buon gusto (1935); Nuovo ricettario domestico: enciclopedia moderna per la casa (1935); Le massaie e l’autarchia (1937); Per voi massaie d’Italia (1938); Per lui che viene (con la collaborazione di Nello Palmieri e Maria Meschini Tursini, 1940); La vita sobria (1941); Casa nostra: trattato di economia domestica (con la collaborazione di Erminia Macerati, 1942).

Ma soprattutto Dalla Cucina al Salotto, edito nel 1905. Si tratta di un testo importante poiché uno dei primi trattati di cucina ad essere scritto da una donna. Bisogna pensare che i testi di gastronomia erano redatti da uomini specificamente per dimore nobili e ricche, le cui cucine erano affollate da personale maschile con a capo rigorosamente il cuoco. La donna, in queste cucine e in quelle della ristorazione, entrerà molto tardi: a Bologna, nel 1850, le cuoche (o meglio: le cuciniere) erano il 2% degli addetti a cibi e bevande; nel 1857, il 10%, e nel 1899 il 48%. Il primo manuale di cucina scritto da una donna arriverà nel 1900, intitolato Come posso mangiar bene? di Giulia Ferraris Tamburini e rivolto esclusivamente al mondo femminile borghese. E poi, nel 1905, la nostra Donna Clara.

la sala da pranzo gaiaLeggendo questa enciclopedia domestica, entriamo nella vita quotidiana di una casa borghese o nobile, nella quale la padrona di casa doveva anche saper preparare un pranzo semplice, organizzare la casa, avere la competenza per sorvegliare la servitù, ricevere gli ospiti, arredare, impedire frodi nelle spese da parte degli inservienti, tenere il bilancio domestico e via di seguito. Su un totale di 711 pagine, 212 sono dedicate alla cucina con relativo codice di comportamento a tavola; il resto riguarda il vasto mondo dell’economia domestica, da come si stira, a come si organizza un armadio, da come ci si lava a come ci si veste, da come si organizza il tè per le cinque a come si prepara un veglione, dai modi empirici di curarsi a come si fa la guerra ai topi. Parla anche di economia poiché l’edizione che presentiamo è quella, riveduta e ampliata, del 1925, con tutti i problemi e conseguenze che la Grande Guerra aveva comportato. Ebbene, nell’introduzione alle ricette, Donna Clara si rivolge alle sue lettrici affermando quanto segue:

“Più che delle ricette complicate o sanzionate dall’uso, vorrei suggerirvi la possibilità di mettere un po’ d’imprevisto nelle minute abituali, di rimediare con una buona aggiunta ad un pranzetto che avrà un commensale inatteso, di sistemare i vostri pasti quotidiani secondo i gusti dei vostri familiari, secondo le stagioni, o il luogo dove vi trovate, secondo l’opportunità e, naturalmente, secondo l’economia. Economia…di che lacrime grondi! Il dopoguerra, fra le mille sue calamità, ne conta una che non è la minore: quella di rendere abituale, quotidiano, monotono, fatale, il discorso del caroviveri a tavola. Il sapere dalla massaia il prezzo preciso ed enorme di ogni boccone che inghiotti, ve lo fa restare a metà. (…) Verrebbe voglia di respingere il piatto, di implorare pan solo, pan solo, pur di non doversi nutrire di pollo, di crema e di rimorsi.

Abbiate dunque il non facile eroismo di sopprimere il malinconico discorso, e l’abilità di ammannire un pasto nutritivo e soddisfacente, pur non includendovi quelle primizie o quelle sostanze costose che fanno salire la spesa fino al pentimento.

Se non temessi d’essere irriverente, muterei così il monito leopardiano:

Donne, da voi non poco

la tavola aspetta.”

dalla cucina al salotto 3Sembra parli dell’oggi, in una prosa che, solo formalmente databile al passato, riveste una sostanza non mutata: la tristezza insopportabile quanto ingiusta delle privazioni in cucina,  che non scompare certo con la maggiore disponibilità di prodotti scadenti a buon mercato, destinati a sfamare le vittime della crisi. Oggi come allora, chi ha i soldi mangia bene e chi non ce li ha deve industriarsi per non mangiare male.

Le opere di Lidia Morelli alias Donna Clara, sono state aggiornate e ristampate molte volte nel corso della sua lunga carriera; mentre nell’attività di giornalista non si è limitata a La Stampa, bensì ha collaborato anche per la rivista La Casa Bella (diventata poi Casabella) e Petit Point; ha inoltre, con Elisa Ricci, redatto la sezione del ricamo per l’Enciclopedia Italiana Treccani. La sua opera più importante, Dalla Cucina al Salotto, è stata stampata la prima volta nel 1905, poi in una nuova edizione nel 1925 e, infine, nel 1935, edita dalla S. Lattes & C. Editori.

Come si è detto, l’atmosfera è quella borghese in cui c’era un codice per ogni occasione e una varietà di portate che oggi si è molto impoverita, ridotta spesso alla sola distinzione tra primi e secondi piatti, se non addirittura il piatto unico internazionale e indeterminato: pasta & altro, cous cous & altro, riso & altro. Ecco perciò alcune ricette che sicuramente incontrano, magari con degli aggiustamenti, il gusto attuale.

Pot-au-feu

È il piatto familiare classico, che non si serve quando si hanno degli invitati, ma è la base della buona, sana, semplice cucina borghese. In un recipiente di terra o di ghisa vien messo a cuocere lentamente (occorrono sei ore e la marmitta norvegese serve benissimo) un bel pezzo di bue debitamente legato per mantenerlo compatto. Gli si accompagnano spesso, per render più gustoso il brodo, un pezzo di petto di montone o un pezzo di maiale; poi: carote, rape, cipolle, patate, porri, un mazzetto di erbe aromatiche e tre chiodi di garofano ficcati in una cipolla. A cottura avvenuta si versa il brodo su fettine di pane arrostito. Si servono a parte i legumi, e la carne a cui si può accompagnare della senapa, della mostarda di Cremona o una salsa piccante. Tutto un desinare!

Nella ricetta sopra riportata, si fa riferimento alla marmitta norvegese. È un procedimento di cottura ritornato ultimamente di gran moda, grazie ai movimenti ecologisti. In pratica consiste nel portare ad ebollizione il liquido in un recipiente (meglio se di terra), aggiungere la carne (o legumi come ceci, fave e fagioli secchi), togliere dal fuoco e sistemare la marmitta in una scatola perfettamente isolata termicamente (per questa operazione basta avvolgere la marmitta con tessuti di lana, riempiendo completamente tutti gli spazi della scatola). Si tratta di un metodo antichissimo di cottura che porta ad un risparmio considerevole di energia.

dalla cucina al salotto 2

Sformato di carne

È un buon modo di utilizzare dei resti di arrosto o di stufato che mal figurerebbero ancora in tavola.

Si taglia la carne a dadi , mescolando a questi alcuni pezzetti di salame crudo. Si fa una bechamel con un pezzo di burro quanto un uovo, una cucchiaiata di farina e mezzo litro di latte. Si mescolano alla bechamel la carne e il salame, un po’ di burro, del formaggio grattugiato, dei pezzi di fungo (secchi o freschi, precedentemente cotti e conditi) e un bicchierino di marsala. S’imburra leggermente una forma di porcellana pirofila, vi si versa il composto, e si mette in forno il tempo necessario per riscaldare tutte queste cose già cotte.

Caviale falso

Tritare un’aringa a cui si sian tolte spine e squame, con un pezzettino di lardo, una cipolla e un ovo sodo. Mescolare con due cucchiaiate d’olio. Si fanno abbrustolire delle fette di pane, si imburrano, e vi si stende sopra il falso caviale.

Pane di zucchini

Grammi 600 di zucchini; grammi 40 di cacio grattugiato; 4 ova; grammi 60 di farina; 4 decilitri di latte.

Lessare gli zucchini e passarli al setaccio. Fare una bechamel con la farina rosolata nel burro e diluita nel latte. Agli zucchini passati aggiungere la bechamel, il formaggio grattugiato, i quattro rossi d’ovo, e per ultimo le chiare montate a neve. Far cuocere in una forma imburrata a bagno maria.

Si può allo stesso modo fare un “pane” di zucca o di patate.

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Babà casalingo

Occorrono: 150 grammi di pane grattato e passato al setaccio; zucchero 120 grammi; 4 ova, scorza di arancio e cedro candito sminuzzato; uva secca.

Si sbattono ben bene i tuorli con lo zucchero. Si mescola con essi il pan grattato, l’uva, le scorze candite, e per ultimo le chiare sbattute a neve. S’imburra uno stampo e vi si passa un po’ di pan grattato, vi si versa il composto, e si fa cuocere in forno. Lo si rovescia su un piatto, e lo si imbeve di rhum, alquanto prima di servirlo. Se però si vuole renderlo umido senza che abbia ad essere eccessivamente alcoolico, si prepara, per bagnarlo, un grosso bicchiere a metà di acqua zuccherata e a metà di buon rhum.

Donna Clara (Lidia Morelli), Dalla cucina al salotto, enciclopedia della vita domestica, S. Lattes & C. Editori, 1925

Le illustrazioni sono tratte dallo stesso volume.

Si ringrazia Primarosa Cesarini Sforza.