Il pane è il vivente. Con Maria Lai.

Il pane è cibo essenziale, necessario, assoluto. Il pane è vita, tanto che ne è diventato il simbolo. Il pane, senza alcuna esagerazione, è uno dei motori della storia umana. All’alba della civiltà, c’è il pane declinato al plurale, ovvero il passaggio dal puro nutrimento al gusto. Si pensi che il grande gastronomo greco d’Egitto, Ateneo di Naucrati, nel secondo secolo contava già 76 differenti tipi di pane. Da allora sino al secondo dopoguerra, questo cibo ha sempre avuto un particolare rilievo a tavola, è stato la fonte principale di alimentazione, e gli appena quindici grammi a testa di consumo odierno, scompaiono per la loro insignificanza di fronte al chilo giornaliero dell’antica Grecia o ai 300 gr del periodo pre-boom. Ma, e sembrerebbe una bizzarria, man mano che decresce il consumo, aumentano le varietà e tipologie del pane: in Italia, secondo l’Atlante dei prodotti tipici pubblicato dall’Istituto di Sociologia Rurale, se ne contano quasi 250.

Alimento quotidiano per eccellenza, sin dall’inizio il pane è trasmigrato dal campo naturale dell’alimentazione, a quello linguistico della simbologia e comunicazione. Ogni territorio infatti ha le sue tradizioni, le forme e le decorazioni, i riti e le occasioni legati a questo cibo fondamentale; il quale, lì dove la sua funzione simbolica non è stata interamente assorbita dal rito eucaristico del periodo pasquale, dispiega ancora una molteplicità di significati che toccano momenti diversi della vita umana, così che la panificazione, il dono e il consumo dei pani, hanno luogo in una cornice sociale e si configurano come atto comunicativo. Ce lo ricorda Alberto Mario Cirese, l’illustre antropologo scomparso tre anni fa, quando scrive: Quel che si aggiunge è il valore di “segno”, per cui il pane che di norma deve essere soltanto “buono da mangiare” diventa anche “buono a comunicare”, e cioè capace di veicolare immagini o più esattamente significati che sono diversi dal semplice ed elementare significato di essere se stesso, e cioè pane da mangiare. Queste parole provengono da un saggio (Per lo studio dell’arte plastica effimera in Sardegna) che apre un bellissimo volume del 1994 dedicato ai pani tradizionali sardi: Pani tradizionali, arte effimera in Sardegna, Editrice Democratica Sarda. Il libro presenta una rassegna esaustiva su questa particolare tradizione di arte bianca, includendo anche una corposa sezione fotografica dedicata ai pani cerimoniali, talmente decorati, modellati, cesellati da destare meraviglia e stupore. Ad introdurre le immagini, una ricca serie di scritti di altri autori, fra antropologia, storia e letteratura, che illustrano le farine, i modi, le ritualità, i significati, i dolci e la pasticceria del mondo del pane isolano, in un discorso che ha molteplici coordinate, e quella gastronomica non è mai scissa da quella antropologica e linguistica.

I pani di Sant’Antonio, i pani di Pasqua, di Natale e di Capodanno, i pani di fidanzamento, di matrimonio, di celibato e nubilato, e altri ancora. Alcuni di questi tipi di pane (forse) ancora si producono in varie zone d’Italia, e certamente in essi è evidente come le forme e gli ingredienti servano ovunque alla causa del messaggio. Ma la Sardegna, come si sa, ha una cultura particolare legata al pane, che in passato si è espressa in una estetica assai articolata, un’arte con le sue tecniche e i modelli e gli strumenti, come un’oreficeria per materia effimera e destinata al consumo. Ancora Cirese afferma che “l’arte della modellazione figurativa e ornamentale dei pani sembra invece costituire uno dei tratti culturali più intrinseci e rappresentativi della condizione sarda. (…) qui il fenomeno ha innanzi tutto di proprio una celebritas, se così può dirsi, cui è difficile trovare riscontro in altri luoghi: una frequenza, una abbondanza, una vitalità sorprendenti, lungo un fittissimo succedersi di occasioni, non solo solenni o festive ma anche umilmente feriali e quotidiane, e per aree di diffusione che sembrano coprire densamente tutta l’isola.”

Impastare, intagliare, timbrare, creare cuocere e consumare in società, sono le azioni dell’arte del pane, i cui valori e la forza estetica la fanno ben distante dalle mode attuali di decorare e patinare i piatti prima del loro arrivo sulla tavola internazionale. Semplicemente le due cose non c’entrano niente, come la poesia e la retorica, o l’arte e l’ornamento.

L’arte del pane, come una lingua, muore quando si estingue la società a cui essa serve e fa riferimento; ed è significativo che sia stata proprio Maria Lai a portare il pane, sotto il nome di scultura, nell’arte contemporanea, la sua, fortemente legata a un’idea di comunità vivente.

Il 2017 e l’anno in corso segnano un momento importante dell’artista sarda: ha partecipato a documenta 14, alla 57° Biennale di Venezia, a fine novembre la sua opera sarà presentata negli USA, mentre il prossimo marzo, gli Uffizi organizzeranno una mostra a Firenze. Un’altra mostra di Maria Lai è in corso a Roma nello Studio Stefania Miscetti (visitabile fino al 31 marzo) nella quale viene esposta una scultura di pane, una piccola sintesi di quanto sopra esposto.

 

 

Illustrazioni: Maria Lai, Invito a tavola, installazione in terracotta, 2002, Stazione dell’arte, Ulassai (unclosed.eu). Pierre Auguste Renoir, La colazione, 1879 (grandspeintres.com). Maria Lai, Enciclopedia pane, 2008 (parisartnow.com).

Tra l’abbondanza e l’eccesso.

Siamo a cavallo tra la passata stagione dell’abbondanza e ricchezza del cibo, propria delle feste natalizie, e quella della sregolatezza, dell’eccesso, del fritto… È quindi un momento di tranquillità, adatto alla riflessione sul sistema alimentare; magari, come aiuto, riprendendo in mano un articolo apparso su Il Messaggero di qualche settimana fa, a firma di Livia Pomodoro, presidente del Milan Center for Food Law and Policy, e avente per oggetto lo spreco alimentare. L’articolo parte dal fatto che nel nostro Paese lo spreco alimentare è ancora molto grande. Le cifre sono discordanti: per lo EU Platform on Food Lossesand Food Waste ognuno di noi butta nella spazzatura circa 179 chilogrammi di cibo all’anno; per Last Minute Market sono invece 2,4 chili di cibo pro capite al mese, ossia un punto circa di percentuale del prodotto interno lordo del nostro Paese. In comune i due istituti hanno la convinzione che in Italia si debba far di più se si vogliono raggiungere gli obiettivi di una drastica riduzione dello spreco alimentare, vale a dire il 30 per cento entro il 2025 e il 50% entro il 2030. Vale la pena ricordare che quando buttiamo nella spazzatura del cibo, non gettiamo soltanto del cibo ma anche le risorse che sono state necessarie per produrlo: la FAO ci avverte che per ogni chilo di cibo, vengono prodotti 4,5 chili di anidride carbonica e che i rifiuti alimentari sono l’8% di tutte le emissioni di gas serra del pianeta. Nel 2016 è stata approvata la legge “antispreco” che in un anno ha prodotto risultati notevoli ma non bastano: occorrono nuove sollecitazioni, nuove iniziative per rendere più incisiva questa che tra le leggi è sicuramente la più innovativa ed efficace. Paladina di questa legge nel nostro Paese è stata soprattutto la grande distribuzione con iniziative che tutti hanno potuto notare nei vari supermercati, ma è giunto il momento di sensibilizzare i consumatori, partendo dal fatto che (stime dell’Unione Europea) il 70% dei rifiuti alimentari viene dal settore domestico, dai servizi alimentari e dal commercio al dettaglio.
Su questo stesso argomento, vale la pena rileggere gli articoli che potete trovare nell’archivio delle “notizie”: “Un seme non si è perso” (4 ottobre 2016); “La colpa dello spreco” (18 luglio 2016). Nella categoria “sopravvivenza”: “…poiché cogli avanzi si sbarca il lunario” (7 giugno 2014).

Illustrazione: Duane Hanson, Supermarket Lady, 1969

Le tre sorelle Vitto (9). Ricco finale di ricette varie.

Chiudiamo l’anno con dei gustosi botti finali. Stiamo infatti per dare ai nostri lettori le ultime ricette del quaderno delle Sorelle Vitto: in tutto 43 ricette vergate a volte in bella calligrafia, altre volte in maniera affrettata. Per il modo in cui sono scritte, per la loro estrazione chiaramente cittadina e borghese, le ricette ci fanno immaginare queste tre sorelle dedite al lavoro in cucina il cui esito viene poi elegantemente servito in una bella sala da pranzo per pranzi domenicali o festivi in genere. Noi consigliamo, oltre che consultarle in questo sito, di stampare le riproduzioni del quaderno originale, per avere un bel quaderno che potreste immaginare lasciato da una nonna o da una vecchia zia. Pagine consumate dall’uso, macchie di caffè e di oli sono la garanzia che tutte sono state provate e gustate.

Ringraziamo Francesco Proia per averci offerto la possibilità di pubblicare queste preziose pagine di famiglia. E buon anno a tutti!

 

Spaghetti alla Siragusana

Mettere al fuoco in una padella mezzo bicchiere d’olio e un paio di spicchi d’aglio che toglierete non appena cominceranno a diventare rossi.

Aggiungere una scatola di pomodori pelati e una carota tagliata sottile.

Quando la carota sarà cotta aggiungere un pugno di basilico fresco tritato, un cucchiaio di capperi, un pugno di olive siciliane, due o tre acciughe fatte a pezzi.

Lasciare ancora per un po’ al fuoco e far cuocere nel frattempo 600 grammi di spaghetti che saranno conditi con l’intingolo aggiungendo un buon pizzico di sale.

 

Spaghetti di magro

Tagliuzzare e far friggere delle acciughe salate in un hg. circa di olio finissimo; aggiungere salvia, rosmarino e cipolla il tutto tritato; sale, farina bianca, cannella, pepe e un cucchiaio di salsa di pomodoro sciolta nell’acqua. Condire gli spaghetti con questa salsa.

 

Fettine panate al Forno

Prosciutto; fiordilatte; pangrattato; uova; carne; burro e olio.

Mettere in una tiella dei dadini di burro e poco olio; panare le fettine e farne uno strato; poi aggiungere prosciutto e fiordilatte a pezzettini e qualche altro dadino di burro.

Mettere in forno a 200 gradi e quando fra 20 minuti il fiordilatte si è sciolto smorzare.

 

Cotolette alla Besciamella

Prendere ½ Kg di fesa di vitello tagliata a fettine. Coprite ogni fettina di carne con una fetta di prosciutto e con uno strato di besciamella piuttosto solida. Passare nell’uovo e nel pan grattato e friggere in olio bollente; servire contornato di spicchi di limone.

 

Lesso con Acciughe

Pulire alcune acciughe e farle sciogliere in un tegamino a fuoco lento aiutandosi con un po’ di brodo. Passare per lo staccio aggiungendo il sugo di mezzo limone, olio e prezzemolo. Versate il tutto sul lesso a fettine.

 

Ossibuchi alla Milanese

Prendere degli ossibuchi, infarinarli, rosolarli con un po’ di burro, di sale e di pepe in una teglia; appena rosolati vi si verseranno sopra mezzo bicchiere di vino bianco e uno di acqua; coprire bene la teglia e lasciare cuocere adagio. Preparare un pesto con prezzemolo, una acciuga, un po’ di limone grattugiato. Qualche minuto prima di servire si verserà il pesto sugli ossibuchi e si farà cuocere ancora un po’.

 

La Giardiniera

Gr 300 peperoni (rossi, gialli, verdi) / Gr 300 carote / Gr 300 fagiolini / Gr 300 cipolline / Gr 300 sedano / 6 chiodi di garofano / 10 chicchi di pepe / ½ litro di olio di semi / ¾ di aceto / ¼ di acqua / 1 cucchiaio colmo di sale fino e di zucchero.

Far bollire il tutto per 7 minuti; mettere la “Giardiniera” in un barattolo di 3 Kg.

 

Piselli e Fagiolini

1 litro di acqua / grammi 100 di sale

far bollire l’acqua e farla freddare. Lessare poco i piselli e i fagiolini, asciugarli bene, metterli nei barattoli ben chiusi, coprirli con l’acqua salata e cuocerli a bagno maria.

Sformato di Besciamella

Gr 80 di farina / 4 uova / gr 30 parmigiano / gr 70 groviera a pezzettini / gr 100 di burro / 1 pizzico di sale / ½ litro di latte

Si cuoce farina latte e burro, tutto come una crema. Appena tolto dal fuoco si fa freddare si mette il parmigiano, i rossi d’uovo, il sale e le chiare montate a neve. Si imburra lo stampo col pane grattato, si mette nello stampo la besciamella e si aggiunge la groviera a pezzettini.

Frittatine di Spinaci

6 uova / 3 cucchiai di farina 00 / 10 cucchiai di latte / 400 gr di spinaci / gr 30 di margarina / 2 cucchiaiate di pangrattato / 2 cucchiaiate di parmigiano / sale e pepe – noce moscata / abbondante olio per friggere

Frullate 5 uova intere, stemperatevi la farina, incorporatevi il latte, salate e cuocete a frittatine, in olio bollente. Non occorre che coloriscano. A parte dopo averli lavati accuratamente in moltissima acqua fredda, che avrete cambiato non meno di 10 volte cuocete a fuoco dolce, senza giungere acqua ma soltanto di sale, gli spinaci. Cotti tritateli perfettamente, riduceteli in poltiglia con il passaverdure. Lavorateli con l’uovo, la margarina a pezzettini, pangrattato e parmigiano un po’ di pepe e di noce moscata. Imburrate uno stampo rettangolare (e se è rotondo?) adagiate le frittatine rotolate nel mezzo delle quali avrete spalmato gli spinaci. Infornate per una ventina di minuti e servite mediatamente ricoperto di una salsa.

Zucchine ripiene

Si fanno a pezzi le zucchine, si vuotano e si friggono. A parte si affettano 3 o 4 cipolle e si fanno rosolare, poi si aggiunge l’anima delle zucchine tritate fine un po’ di pomodori a pezzetti e odori e si fa cuocere. Poi quando si raffredda si battono 2 uova e parmigiano, si mischia tutto e si riempiono le zucchine, si mettono nella teglia, ci si mette un po’ di pangrattato, e si inforna.

Illustrazione: Il pranzo domenicale di Amarcord (Fellini).

Il latte è un altro.

Non c’è niente da fare: siamo nel tempo in cui il falso è più vero del vero. Se qualcuno non ne è ancora convinto, che faccia la prova del nove, prendendo un caso tra gli innumerevoli: dica alla signora o al signore, che consumare cibi senza glutine non è vero che faccia dimagrire, e di certo si otterrà l’effetto inaspettatamente contrario, ossia che la signora o il signore rimarrà ancor più convinta/o della propria posizione, come dimostrato da recenti studi svolti da varie università sparse nel mondo! Tempi duri quindi per una corretta e veritiera informazione, in tutti i campi in specie quello alimentare. E contrastare il fenomeno dell’autodiagnosi è diventata opera titanica: come si può, infatti, dissolvere il falso che circola sul latte e che ne sta determinando il crollo verticale nei consumi? E non c’è soltanto l’autodiagnosi fatta tramite i siti web: sono arrivate nuove mode, nuove “scuole” di alimentazione come il veganismo, nuove paure come l’insorgere di malattie o le intolleranze (per lo più false), il fuoco incrociato di manie e angoscie culturali che ha decretato la sfortuna del latte. Secondo un’indagine di Nomisma, dal 2007, anno d’inizio della grande crisi, il consumo di latte è diminuito del 9,2 per cento. La conseguenza è che la produzione di latte negli ultimi dieci anni si è ridotta del 25 per cento. Ed è chiaro ormai che la “bianca linea della vita, la liquida via lattea terrestre, anello indispensabile della trasmissione e della continuità dell’esistere”, ovverosia il latte secondo la versione di Camporesi, avrà un futuro soltanto se si arrenderà al “falso”: latte senza sale o senza zucchero, senza lattosio, latte di soia e più in generale latte a base vegetale. Al crollo del consumo corrisponde l’altro crollo, il tramonto delle vecchie credenze e delle leggende legate al latte sia materno che da animali, come quella secondo la quale vecchie megere o streghe dai seni rinsecchiti, si calavano giù per i camini, si trasformavano in serpi che andavano a succhiare i seni delle madri e gli infanti. Eppoi c’era il buffardello, un folletto che nelle campagne dell’Italia centrale, di notte entrava nelle stalle e succhiava tutto il latte delle bestie. E dimenticheremo forse San Mamante? Il culto del santo androgino si diffuse nel Medioevo e gli si attribuiva non solo il potere di allattare, facendo scaturire fonti miracolose da cui scorreva il latte, ma anche quello importantissimo di tutelare il latte animale. Vecchie credenze addio, e vecchi calendari alimentari non più in vigore. L’industria alimentare, nuovi ritmi di vita hanno completamente scombinato tutto ciò che nei secoli avevamo elaborato per il nostro vitto. Ora ci si incontra al supermercato per scambiarsi i pareri su quale cibo pronto tra i surgelati sia il migliore; o quale merendina incellofanata sia la più indicata per una corretta alimentazione; nei giornali si riportano grandi dibattiti sul futuro a tavola apparecchiata con scarafaggi e grilli fritti… e finisce che una fetta di pane e olio (quello buono) è diventata un qualcosa che naviga tra la stramberia e l’elitario.

Trauma Roma (1987).

Negli anni 80 del secolo scorso a Londra, per organizzare il tempo libero, si consultava TimeOut; a Parigi, Pariscope; a Roma niente, fino a quando nel mese di ottobre del 1987, La Repubblica non fece uscire in allegato il Trovaroma. Trent’anni esatti quindi da quando Orazio Gavioli, allora caposervizio della redazione spettacoli del giornale, ideò, progettò, curò l’inserto tutto dedicato all’arte, alla musica, alla cucina, al teatro, al cinema nella Città Eterna. Era un vero e proprio magazine che ebbe un immediato successo e che entrò subito nelle abitudini dei romani.

Per la ristorazione soprattutto, il Trovaroma portò a un vero e proprio trauma, per comprendere il quale è necessario dare un brevissimo riassunto di quale fosse la situazione a Roma in quel decennio. A livello nazionale si stava uscendo dalla bruttissima crisi del vino al metanolo; Carlo Caracciolo e Federico U. D’Amato fondarono la “Guida de l’Espresso”, prendendo a modello la Guida Gault Millau francese; fu fondata ArciGola e poi il Gambero Rosso come inserto al Il Manifesto; faceva parlare di sé Edoardo Raspelli per le sue critiche ai ristoranti nelle pagine de La Stampa. Rispetto alla gran mole di iniziative odierne nel campo dell’editoria, televisione, festival, fiere, web, ecc. riguardanti il mondo dell’alimentazione e ristorazione, i sopra citati nomi si riducono ad un minuscolo drappello impegnato in campo nazionale a far conoscere al grande pubblico le nuove frontiere del buon bere e mangiare. A Roma la ristorazione era caratterizzata da un immobilismo quasi totale e la sua immagine era dominata da trattorie o da ristoranti che dalla Dolce Vita non avevano (non hanno) più cambiato i propri menù; pochissimi i ristoranti stellati (a memoria si possono citare il Sans Sousi, George’s, Le Jardin …), rarissimi quelli innovativi. Il servizio era molto “caratteristico” (per i turisti), per via dei camerieri col relativo tovagliolo penzoloni sulla spalla o per lo più nella posizione cosiddetta “ascellare”; il vino nelle trattorie era “bianco o rosso, dottò”, mentre nei ristoranti si recitava un più borghese “preferisce bianco o rosso”. In questo panorama entrò Trovaroma, con la sua rubrica di critica gastronomica, e fu subito una rivoluzione. La rubrica si intitolò Peccati di gola e la novità consisteva, appunto nel criticare o consigliare un ristorante visitato dal critico titolare. Nel corso degli anni Trovaroma ha contribuito non poco alla crescita di qualità della ristorazione, esaltando i migliori locali. Basti dire che è stato il primo e contro i pareri della stampa del settore, ad indicare in Heinz Beck un grande cuoco, e il suo ristorante La Pergola come il migliore di Roma, ristorante che ora è vanto ed esempio per tutto il settore. Ovviamente non sono mancate le critiche o stroncature ad alcuni ristoranti, i quali pensarono bene di presentare delle denuncie con richiesta di risarcimenti, innalzando così il critico del magazine ad avere — assieme ad Edoardo Raspelli — il primato delle denunce da parte di ristoratori (ovviamente si sono celebrati processi tutti chiusi a favore del giornale e del critico). Probabilmente furono proprio i suddetti procedimenti giudiziari a far decidere gli editori di chiudere i cordoni della borsa per via dell’alto costo dei processi, determinando così la pratica attuale delle rubriche gastronomiche, quella cioè di consigliare un locale senza mai un accenno di critica.

Illustrazione: Pier Paolo Pasolini, Mamma Roma, 1962

I primi erano gli ultimi.

Una tra le brutte abitudini del tempo presente, è quella di stilare classifiche per ogni cosa. Specialmente per il gusto nel senso più ampio. Brutta abitudine, non tanto per il detto “de gustibus ecc. ecc.”, quanto per il fatto che il gusto non è delimitabile in una graduatoria. Come si fa a dire, è più bravo Leonardo di Raffaello; o è meglio Donizetti di Bellini; è più bella la montagna del mare; è più buono il vino bianco del rosso; è più bello l’Italiano del Tedesco, e via così fino ad arrivare al tema del cibo? Proprio al cibo e al cibarsi con giudizio, tra l’altro, si deve il senso del gusto, attraverso il quale si riconosce il sapore degli alimenti introdotti nella bocca, li si conosce e nomina, accettandoli o rigettandoli; ed è per estensione che lo stesso termine cominciò a usarsi in etica e in estetica a definire il buono e il bello.

Una classifica, comparsa soprendentemente nella rivista “La Cucina italiana”, è quella riguardante i “50 piatti migliori del mondo”, stilata dall’americana Cnn. La rivista, una tra le più prestigiose del settore, ha dedicato alla notizia ampio spazio e molta enfasi per il fatto che l’Italia è nella classifica con lasagne, pizza e prosciutto di Parma. Nello sfogliare e nel vedere le fotografie, man mano ci si rende conto che è più una carrellata sul gusto medio americano e che i 50 scelti non siano propriamente i migliori del mondo. Al primo posto, infatti, la Cnn mette i “pop corn al burro”, i “chips” al terzo, “patatine alla carne” (specialità canadese) al settimo, il ketchup al 12°. Dall’Australia hanno scelto il “pollo alla parmigiana” (la foto rappresenta il pollo con salsa di pomodoro, del formaggio grattugiato in superficie e, di lato, linguine al sugo di pomodoro) che si attesta al 14°, mentre la Gran Bretagna sta al 18° posto con il suo “fish’n’ chips”. Troviamo la prima specialità italiana al ventesimo posto con il prosciutto di Parma, per continuare con la lasagna al 28° e la pizza ad uno striminzito 48° posto. Ci sono poi dei veri e propri insulti: viene preso in considerazione soltanto il gelato americano (41° posto) e della cucina francese si cita il croissant alla 29° posizione! Una rivista importante come La Cucina italiana non dovrebbe cadere in questi giochi smaccatamente pubblicitari, diseducativi e privi di notizie effettive. Con questa classifica, infatti, non abbiamo imparato nulla di nuovo, ma, anzi, siamo rimasti con la stessa convinzione che nella parte del mondo più ricca, poco o punto sanno di buon gusto.

In cucina (mai più)!

Pubblichiamo un contributo di Ivana Rinaldi, storica di genere e collaboratrice della rivista Leggendaria, relativo al rapporto tra donne, cucina e letteratura gastronomica.

Nel 1825, Anthelme Brillat-Savarin in La fisiologia del gusto, uno dei testi base della cucina moderna, scrive “le donne sono buongustaie. L’inclinazione del bel sesso verso il buongusto ha qualcosa di istintivo perché il buongusto favorisce la bellezza. Un regime di cibi succulenti, delicati e ben preparati allontana per molto tempo i segni della vecchiaia”. Oggi sembra invece che la bellezza sia legata ad altri canoni, che prevedono l’uso di cibi insipidi, sconditi, senza grassi e soprattutto non elaborati. Ma ciò che ha tenuto e tiene lontane le donne dalla cucina, sono ben altre e più profonde ragioni, prima di tutto storiche.

Per secoli, sin dal Medioevo e ancora nel Rinascimento, i grandi chef erano uomini, le donne per loro natura erano avvelenatrici, quindi nessuna donna in cucina alle corti dei principi. Non che le donne nel medioevo e nel Rinascimento non stessero in cucina, ci stavano, ma non ai fornelli degli aristocratici. I trattati di gastronomia venivano redatti dai cuochi dei principi, non dalle “umili” donne che spignattavano in cucina. Le donne si affermarono in gastronomia con il passaggio dall’aristocrazia alla borghesia, nel XIX secolo, e con l’affermarsi del ruolo di padrona di casa. Il primo libro di cucina che compare in Italia è opera di un’austriaca, Katharina Prato, pseudonimo di Pratobevera; pubblicato nel 1858 a Graz, con il titolo Die süddeutsche Küche, il libro era destinato ad aver successo anche in Italia. Il primo ricettario scritto da una donna italiana, Come posso mangiar bene. Libro di cucina con oltre mille ricette di vivande comuni, facili ed economiche per stomachi sani e per quelli delicati, esce in italia nel 1900. Ne è autrice una contessa, Giulia Ferraris Tamburini. Nel 1925 esce quello che qualcuno ha definito la “la cinghia di trasmissione di Mussolini in cucina”, ovvero Il talismano della felicità di Ada Boni: la perfetta donna fascista dà felicità al marito anche con il cibo e non solo. La fascistissima Boni si contrappone al borghese Artusi che nel 1891 con il suo La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene aveva stilato il primo vero ricettario dell’Italia unita.

Per queste ragioni, non è difficile capire l’avversione delle donne moderne e in particolare delle femministe per la cucina, che incarna, a loro avviso un ruolo marginale e di esclusione. Liberarsi dai ruoli tradizionali, verso l’emancipazione, è stato uno degli obiettivi del movimento delle donne a partire dagli anni sessanta e settanta. Via le donne dalla cucina, via dalla casa, dai lavori di cura, dal ruolo di moglie e madre, verso l’apertura al mondo, al lavoro, all’impegno sociale, politico, culturale. Questa spinta emancipazionista che ha portato le donne a rinnegare la loro storia di eterna subordinazione, è stata ripensata e rielaborata in una filosofia più complessa ed articolata che ha preso il nome di “filosofia della differenza”, propensa ad uscire dalla tradizionale dicotomia maschile femminile per entrare nella complessità del rapporto tra uomo e donna e dei generi. Questa nuova visione del mondo di cui si fanno portatrici le donne, ha condotto a rivalutare ciò che fino a poco fa era considerato un ruolo di secondo piano. In questi ultimi anni, sono usciti preziosi ricettari femminili, non di donne comuni, ma di scrittrici, militanti politiche nella guerra civile spagnola o nella Germania di Weimar (Cuoche ribelli, DeriveApprodi, 2013), protagoniste della rivolta di Kronstad (La suonatrice di Theremin, DeriveApprodi, 2007) e cosi via, fino alla grande teologa messicana Juana Ines De La Cruz, ispiratrice del mondo latino americano, che nel 1600 scrisse il suo Libro di cucina, pubblicato da Sellerio nel 1999. Il suo traduttore, Angelo Morino, sottolinea come Suor Juana, poeta ed intellettuale, con il suo libro mostra di essere in grado di rompere la barriera tra il pensiero, l’arte, e la cultura materiale, tra il mondo femminile e quello maschile, attraverso il corridoio che unisce la biblioteca alla cucina. Di questo mi sono occupata, con i tanti suggerimenti di Marco Santarelli, in un articolo del 2015 apparso su Leggendaria 111.

Credo che questo lavoro di ricerca di ricettari, non solo di donne famose, vada continuato in tante direzioni per scovare quello che è uno dei tanti saperi delle donne; un esempio in questo senso è Sapori e saperi delle donne in 12 parole di Paola Leonardi e Serena Dinelli (Jacobelli, 2014) che coniugano 12 parole fondamentali per le donne: accudimento, creatività, non violenza, identità, salute, relazioni, e molto altro con altrettante ricette “significative”. Parole, sapori e saperi che rendono conto di percorsi, genealogie, trasmissione di libertà femminile, che hanno permesso di cambiare anche il cuore della gente, a dimostrare che la vita delle donne è fatta di molte cose, non ultima la loro creatività in cucina, che non va soppressa ma coltivata, se se ne sente il desiderio, per arricchire ulteriormente il proprio vissuto e la propria esperienza.

Grazie a Ivana Rinaldi per il suo testo e, relativamente al tema del rapporto tra femminismo e cucina, rimane sempre una pietra miliare il video di Martha Rosler, Semiotics of the Kitchen (1975), che potete trovare qui sotto:

In the kitchen with Martha

http://www.macba.cat/en/semiotics-of-the-kitchen-2821

Su Katharina Pratobevera (1818–1897), una delle eminenti personalità della storia di Graz, di seguito altre informazioni.

http://www.pionierinnengalerie-graz.at/katharina-pratobevera-1818-1897-2/

 

Di grassi (monoinsaturi) non si muore.

Lo sapevamo. Era solo questione di tempo e alla fine l’annuncio è arrivato: formaggi, fiorentine e grassi in genere, non fanno male! Altro studio scientifico, ennesima controverità. Nel corso degli ultimi decenni, da quando cioè vi è una grande attenzione al mangiare sano, tesi e controtesi, prove e controprove, analisi e controanalisi, si sono inseguite in istituti di ricerca, nelle università, nelle pubblicazioni scientifiche cercando (a volte riuscendovi) di cambiare abitudini alimentari stratificate da secoli. E il doppio movimento funziona così, per esempio: dapprima affermare che i fritti fanno male, e poi riaffermare che i fritti fanno bene. Nel frattempo, le ricerche avranno prodotto dati a sufficienza affinché adesso, di fronte a un piatto di patatine fritte, le mangiamo con più gusto poiché resi consapevoli dai laboratori e dalle statistiche. Si chiama: società dell’informazione; e finché l’informazione è corretta (e senza fini lucrativi e strumentali) siamo tutti contenti.

Durante il congresso europeo di cardiologia tenutosi a Barcellona alla fine del mese di agosto, gli studiosi del Prospective Urban Rural Epidemiology (PURE) dell’Università di Hamilton nella regione canadese dell’Ontario hanno detto chiaro e tondo che una dieta ricca di carboidrati è associata ad un rischio maggiore di mortalità a differenza dei grassi, sia saturi che insaturi, che, invece, riducono il rischio di mortalità. Lo studio è durato per ben 12 anni, coinvolgendo 154 mila persone trai 35 e i 70 anni provenienti da 18 paesi di cinque continenti, fatto, questo, che qualifica lo studio come uno dei più ampi e completi. Ma passiamo subito a riportare i dati più eclatanti: la categoria di persone con un alto consumo di carboidrati avevano aumentato del 28% il rischio di mortalità (ma con un minore rischio cardiovascolare) rispetto alla categoria col più basso consumo di zuccheri. Nell’altro campo, quello della categoria con alto consumo di grassi, si è vista una riduzione del 23% di rischio di mortalità e, inoltre, una riduzione del 18 per cento del rischio ictus e del 30% del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari. Insomma, raccomandano gli studiosi, bisogna sempre fare attenzione alla qualità dei grassi e quindi privilegiare i monoinsaturi (primo fra tutti l’olio di oliva) e qualche polinsaturo come l’Omega3 del pesce o della frutta secca.

Oppure seguire le indicazioni della nostra Lidia Morelli che, nel 1925 e senza i mezzi della moderna ricerca medica, a proposito della carne scriveva così: “Ricca di materie nutritive, specie in albumina e in grassi, non occorre dire che ripara mirabilmente le perdite del nostro organismo. Si assimila facilmente, e infonde energia nuova, senza produrre sazietà (…) Non occorre talento per dedurre che il regime misto è il migliore, e perciò quello a cui devono attenersi tutte le persone di salute normale, che vogliono sanamente invecchiare”.

Così come dicevano le nostre nonne quando a tavola pazientemente ripetevano ai nipoti: di tutto un po’.

La polenta non è mica vostra!

In questa torrida estate, Daniele Cernilli si è posto in un suo editoriale di Doctor Wine la domanda su che cosa significhi esattamente la “tradizione” nel campo enogastronomico. Se la pone mentre lavora, e nelle pause riflette sulla questione di grande importanza e per nulla secondaria; anche perché il prodotto alimentare tradizionale non si limita alla manipolazione sui fornelli del gas e al successivo consumo seduti ad un tavolo. Quando diciamo prodotto tradizionale, siamo propensi a crederlo immutato nei secoli, quando in realtà il prodotto tradizionale è, come affermato da Matty Chiva, il risultato di un’evoluzione che, legando il passato al presente, consente all’antico di sopravvivere e di trasferirsi nel nuovo. È un concetto non lontano dalla spiegazione data da Cernilli quando scrive che il significato etimologico di tradizione è “trasporto”: “in questo caso vuol dire che qualcosa viene ‘trasportato’ attraverso lo scorrere del tempo più o meno come era all’inizio della sua storia”. E l’importanza non solo gastronomica dei prodotti tradizionali, emerge nelle strumentalizzazioni che ne fanno movimenti politici come la Lega, la quale della purezza delle tradizioni alimentari ha fatto una vera e propria bandiera (pensiamo a delibere comunali anti-kebab, alla “purezza” della polenta ecc.). Ora pensate a cosa sarebbe il mondo dell’alimentazione e che cosa mangeremmo se dovessimo applicare il “pensiero” leghista che vuole la tradizione pura, ossia inviolata, non toccata da altri, ferma nei secoli. In realtà, qualunque tradizione è impensabile senza l’innovazione portata dalle altre culture e dal progresso delle tecniche e dei gusti; altrimenti staremmo ancora ad insaporire pietanze con il garum.

L’idea che le tradizioni locali non debbano essere contaminate è davvero la goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione alle scemenze leghiste! Ma la cucina è contaminazione! Anche se questa parola ha qualcosa di sinistro, e allora la si usa per comodità, volendo in realtà alludere alle fusioni, agli scambi, alle eredità, ai passaggi di mano culturali e geografici che sono la linfa vitale della gastronomia. Immaginiamo per un attimo se non ci fossimo lasciati “contaminare” che cosa avremmo sulle tavole o a che cosa avremmo dovuto rinunciare: pomodori, peperoni, patate, mais, cioccolato, tacchino tra i prodotti dell’era moderna. Risalendo ancor più nei secoli avremmo rinunciato alle ciliegie, alle pesche, alle melanzane… Insomma, senza gli scambi di ricette e ingredienti, e senza la curiosità che da sempre fa l’intelligenza, a tavola e fuori, saremmo a lenticchie, rape, ceci e cicoria. Persino il mais con la cui farina ci si prepara la polenta, piatto simbolo di molte regioni settentrionali, è il risultato della “contaminazione”; per non parlare del pomodoro col cui sugo si condirà la tradizionalissima polenta!

 

 

illustrazioni:

Diego Rivera, La molendera 1924; Diego Rivera, El maìz 1950 (fonte: www.bluffton.edu)

Le tre sorelle Vitto (8). I dolci (e due liquori).

Non abbiamo ancora esaurito il prezioso quaderno delle tre sorelle Vitto, che i nostri lettori ricorderanno per le loro ricette d’impianto borghese. Qui trovate riunite le ricette di dolci e liquori, con il suggerimento di raccoglierle, custodirle e utilizzarle perché sono ricette originali, sperimentate e di eccellente gusto.

Si tratta di dolci casalinghi di semplice realizzazione; dolci da colazione o da tè, fra cui spiccano alcune ricette assai interessanti, come il Dolce con Pane Secco o le Ferratelle Rustiche, e altre ricette di tradizione regionale e tipiche di tutto il Centro-Sud, come i Susamelli o Susamelle, i Serpentoni, i Mostaccioli, le Castagnole e, con ben tre ricette, gli Amaretti.

Ma per cominciare, ecco due liquori che, molto più comunemente del tè, dalle parti delle sorelle Vitto accompagnavano i dolci fatti in casa e serviti agli ospiti a fine pranzo o durante il pomeriggio.

 

Liquore di Limone

1 litro di Alcol 1 litro di Acqua 1 Kg di Zucchero (meno un cucchiaio) ½ Kg di limoni

Mettere le bucce di limone in fusione con l’alcol per 24 ore. Far bollire l’acqua con lo zucchero, al bollore toglierla dal fuoco, farla freddare e unirla all’alcol. Filtrare.

Nocino

(liquore)

10 noci 250 gr di zucchero ½ litro di Alcol 3 chiodi di garofano 133 gr di acqua 1 corteccia limone a pezzetti.

Del Nocino non è scritto il procedimento forse ritenuto superfluo, però per rimediare a questo vuoto, siamo andati a leggere la ricetta del nocino in uso nel convento di Pratovecchio (Arezzo) e riportata da Sabastiana Papa nel suo “La cucina dei monasteri”:

Nocino di San Giovanni

Il giorno di San Giovanni si raccolgono 30 noci che tagliate a piccoli pezzi si mettono in fusione con un litro e mezzo di spirito, mezzo litro di vino, 1 chilo di zucchero, 1 limone tagliato a pezzi e g 5 di coriandoli, anici, cannella. Si lascia il barattolo al sole fino alla metà di agosto rimuovendolo di tanto in tanto. Quindi si filtra, si imbottiglia e si lascia invecchiare.

Cominciamo ora con le ricette dei dolci in alcune delle quali il procedimento della ricetta viene solo accennato.

Torta Cioccolato

1 etto cacao amaro 2 etti farina 2 etti di zucchero 1 quarto di latte (tiepido) 1 busta lievito Bertolini 1 pizzico di sale buccia di limone.

Farina – zucchero – e cacao alla pentola poi il latte e il lievito e girare fino a che non diventi una crema – imburrare uno stampo e mettere al forno per 3/4 d’ora.

Torta con Cacao

Kg mezzo di farina ¼ di latte – gr 200 burro; -400 gr zucchero; cacao 4 o 5 cucchiaini, vaniglia, 4 uova; una bustina di lievito Roiel (probabilmente Royal, ma è utilizzabile qualsiasi lievito artificiale per dolci).

Si lavora bene il burro si aggiungono 4 tuorli seguitando a lavorare bene, si aggiunge lo zucchero e la vaniglia.

Si unisce la dose alla farina e si mette un po’ alla volta con il latte. Si aggiungono le chiare montate a neve ed il cacao. Si unge la teglia e si fa cuocere per mezz’ora.

Amaretti

7 etti mandorle dolci 3 etti mandorle amare 8 etti di zucchero 1 limone grattugiato 1 vaniglia a piacere 1 bicchiere di liquore.

Questa pagina riporta soltanto le dosi degli ingredienti, ma poche pagine più avanti ci sono altre due ricette

Amaretti

3 chiare d’uovo 300 grammi di zucchero 250 grammi di mandorle

sbattere le chiare con lo zucchero aggiungere le mandorle ben tritate, un po’ di limone, lasciare riposare, fare le pallottoline e infornare.

Amaretti casalinghi

Gr 200 mandorle dolci 6 mandorle amare 2 bianchi d’uovo gr 300 zucchero

Mettete tutte le mandorle in acqua bollente e sbucciatele. Pestatele bene nel mortaio con il bianco di un uovo. Amalgamate che siano, unite mescolando la metà dello zucchero. Poi ancora rimescolando ½ albume d’uovo, lo zucchero rimasto e sempre rimestando l’altro mezzo albume. Avrete una pasta morbida ma sostenuta che metterete a cucchiaini sulla piastra da forno ricoperta di carta oleata alla distanza una dall’altra di 5 cm. Appiattite le palline, spolverandole di zucchero e cuocetele a forno vivo e che siano ben dorate.

Torta Mulatta

Gr 140 fecola Gr 150 burro Gr 250 zucchero 5 uova 2 cucchiai cacao gr 20 zucchero a velo.

Lavorate in una terrina con un cucchiaino di legno il burro finché sia spumoso. Unite i tuorli alternandoli man mano con lo zucchero. Unite un cucchiaino di cacao e continuate a lavorare la crema per ½ ora. Alla fine aggiungete gli albumi a neve e la fecola. Cuocete a fuoco tiepido con una tortiera imburrata e spolverata di pane. Servite freddo coperto di zucchero a velo mescolato al cacao rimasto.

Pastine da te’ di Mandorle

Occorrono grammi 250 di zucchero, 100 grammi di mandorle dolci, 50 grammi di mandorle amare, due chiare d’uovo. Si spellano le mandorle e si seccano al forno, e si tritato fini. Si lavora con il mestolo, lo zucchero con le chiare, si aggiungono le mandorle e si fa una pasta soda con la quale si fanno delle pallottoline grandi quanto una noce. Si pongono in una teglia unta e spolverata con farina unita a zucchero e si dispongono più tosto larghe perché crescono molto. Mettere il forno a moderato calore e quando fanno la crostina sono pronte.

Castagnole da Friggere

Prendere 6 tuorli d’uovo, 3 albumi e 200 gr di zucchero.

Battere a parte i tuorli con metà zucchero; battere poi gli albumi a neve e aggiungere l’altra metà dello zucchero continuando a frullare. Unire il tutto aggiungendo 700 gr di farina bianca, 80 gr di burro un bicchierino di marsala, di rum, o di acquavite, a piacere, la buccia di un limone e due cucchiaini rasi di bicarbonato e un pizzico di sale.

Serpentoni (8 serpentoni)

Gr 300 nocchie, noci, pinoli o solo mandorle con dadini di cioccolata fondente Gr 300 di zucchero (meno un po’)

Si impastano con le chiare aggiungendo un bicchiere di anisetta.

La sfoglia: 4 uova intere, farina, 2 cucchiai scarsi di zucchero, 2 cucchiai strutto scarsi un poco di anisetta o altro liquore. Impastare, mettere sopra uovo battuto (rosso).

Mostaccioli

Kg 1 di farina Gr 600 zucchero (o grammi 500 con due cucchiai di miele) Gr 300 di nocchie Gr 300 di mandorle Gr 50 di cacao Gr 50 garofano, noce moscata, un pizzico di cannella, bicarbonato di ammoniaca e vaniglia.

Si tostano e macinano con la pelle scura le nocchie e le mandorle. La pasta deve essere piuttosto dura. Le nocchie macinate finissime. Marmellata (mele cotogne)- spessore sfoglia – fuoco forte. Aggiungere la glassa appena cotte.

 

Torta di mele

Etti 1 e ½ di farina 1 etto di burro 150 grammi di zucchero ½ bustina lievito Bertolini 2 uova; 1 o 2 mele; 2 chiare montate a neve; teglia imburrata.

Le mele tagliate fine messe dritte non in piano (che non tocchino il fondo).

Lievito in mezzo alla farina.

Cottura mezza ora – calore normale.

Ciambellone

500 gr di farina 200 gr di zucchero 125 gr di burro 2 uova 1 bicchiere di latte.

Impastate la farina, lo zucchero, il burro, la buccia grattugiata di un limone, le due uova ed un bicchiere di latte. Dopo aver lavorato bene la pasta, incorporate il contenuto di una bustina di preparato “Pan degli Angeli”; deponete il tutto in un tegame unto di burro e mettete in forno moderato per circa 40 minuti. Per ottenere un ciambelline di maggior effetto potrete, prima d’introdurlo nel forno, bagnarlo con bianco d’uovo e cospargerlo di zucchero.

Salame Dolce

50 grammi di zucchero 75 grammi di biscotti (gentilini) 1 etto e ½ di burro 2 cucchiaini di cacao dolce 2 uova 2 etti e ½ di mandorle

Abbrustolite leggermente le mandorle e schiacciarle calde con una bottiglia. Tritare i biscotti; aggiungere il burro dopo averlo sciolto a bagno maria.

Fare l’impasto con le uova ecc.

Susamelle

Farina kg 1 Miele kg 1 Zucchero 500 gr Mandorle tostate e tritate gr 300 1 cucchiaino di bicarbonato gr 25 di cannella in polvere e poche teste di garofano pestate

4 aranci e 2 limoni grattugiati. S’impasta tutto molto duro e si lascia riposare per 24 ore, dopo si fanno le forme e si inforna.

Susamelli

Kg 1, 300 di farina Kg 1, 00 di miele Gr 500 di nocchie e mandorle abbrustolite

Buccia di arancio e mandarino

Un cucchiaino colmo di bicarbonato d’ammonio.

Se la pasta è un po’ dura mettere un po’ di vino bianco-

Dolce con pane secco

2 sfilatini secchi, mettere a bagno la sera in mezzo litro di latte.

Montare 4 chiare di uovo, e dopo i torli.

2 etti di zucchero con un etto di burro sciolto a bagno maria. Mischiare tutto.

Imburrare la teglia, condire a piacere con vaniglia, uva passa, candito e cannella.

Torta Elvezia

Uova 5, zucchero 10 cucchiai, 1 bicchiere di acqua, lievito bertolini bustina 1 e ½, farina quantità necessaria.

Torta “Ceccarelli”

Gr 250 di fecola Gr 250 di farina n. 6 uova n. 12 cucchiai di acqua ½ kg di zucchero n. 1 bustina Bertolini

Ferratelle dolci

1 cucchiaio d’olio 1 cucchiaio di zucchero 1 uovo 1 limone grattugiato farina quanto basta

Rustiche

olio ½ bicchiere 1 bicchiere di acqua sale, pepe farina quanto basta.

 

Illustrazione: Felice Casorati, Le ereditiere (le sorelle), 1910, MART, Rovereto.